Presentato in Concorso alla 82ª Mostra di Venezia, La Grazia segna il ritorno di Paolo Sorrentino al cinema con un’opera che intreccia politica, religione e intimità personale. Protagonista è Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica inventato e mai esistito – o almeno così dice Sorrentino, anche se i rimandi a Mattarella sono evidenti: cattolico, vedovo e padre di Dorotea (Anna Ferzetti). Alla fine del suo mandato, tra la monotonia di giornate apparentemente spente, si trova a dover affrontare due richieste di grazia e un dilemma etico sull’eutanasia. Decisioni che, inevitabilmente, si intrecciano con la sua vita privata, con la memoria della moglie, con la distanza dai figli, e con il peso stesso della responsabilità politica. Un uomo di potere, ma soprattutto un uomo d’amore e di dubbi.
Toni Servillo, “cemento armato” del cast
Servillo e Sorrentino tornano a lavorare insieme con una naturalezza che sembra abolire ogni distanza tra attore e regista. Mariano De Santis non è semplicemente un Presidente: è un padre, un vedovo, un uomo che si lascia attraversare dalla memoria e dal dubbio. Servillo dosa carisma e fragilità, con quella sua capacità inimitabile di passare da uno sguardo granitico a una smorfia ironica, da un tono grave a una leggerezza quasi infantile. È il “cemento armato” che regge un film che, senza di lui, rischierebbe di apparire troppo fragile nei suoi slanci sentimentali.
Anna Ferzetti porta al personaggio di Dorotea un equilibrio severo e tenero insieme, incarnando la distanza generazionale con una dolcezza mai patetica. Il cast di contorno – Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida, Alessia Giuliani, Roberto Zibetti, Vasco Mirandola, Linda Messerklinger e Rufin Doh Zeyenouin – arricchisce l’universo politico e familiare di Mariano con figure sfaccettate, talvolta caricaturali, talvolta amaramente realistiche.
Tra dubbi e responsabilità
Nei dilemmi morali del Presidente si condensano i grandi temi del film: il rapporto tra amore e responsabilità, tra fede e giustizia, tra politica e umanità. Sorrentino mette in scena un uomo che non è un superuomo ma un padre, un vedovo, un cittadino che si interroga prima di decidere. Le richieste di grazia diventano specchi deformanti: il Presidente riflette sulle proprie mancanze, sulle scelte mai compiute, sul bisogno di ascoltare i figli per capire un presente che sembra sfuggirgli. È un film sulla paternità, ma anche sulla capacità di tornare figli.
Lo sguardo di Sorrentino
La regia è quella inconfondibile di Sorrentino: frasi che in altri sarebbero slogan, in lui diventano piccole architetture di senso; sequenze che oscillano tra il sublime e il kitsch, mai senza controllo. La fotografia di Daria D’Antonio illumina Roma e gli interni del Quirinale con un realismo poetico, capace di trasformare le stanze di potere in luoghi della memoria. Il montaggio di Cristiano Travaglioli calibra i silenzi e i respiri, dando al film un ritmo che alterna contemplazione e tensione. La colonna sonora, scandita da un crescendo e decrescendo che sembra seguire il respiro stesso della vita, culmina in un cameo musicale che incornicia l’iconicità del cinema di Sorrentino.
La grazia del cinema
La Grazia è un Sorrentino intimo, che affronta la politica senza proclami e la fede senza dogmi. Imperfetto, a tratti ridondante, ma anche vitale, tenero e sorprendente. È un film sul dubbio, ma costruito con la sicurezza di un autore che continua a inseguire la bellezza come fosse una religione. Persino la scena post-credit diventa un sigillo inatteso, capace di chiudere con ironia e malinconia insieme. Non è solo un film sulla grazia: è un film che cerca, e a tratti trova, la grazia stessa del cinema.

