“Natale senza Babbo” parte da un’idea intrigante: cosa succede se Babbo Natale, nel pieno di una crisi esistenziale, decide di mollare tutto e sparire nel momento meno opportuno?
È proprio quello che accade quando Nicola (alias Babbo Natale), interpretato da Alessandro Gassmann, si prende una vacanza improvvisa. Lascia, in questo modo, tutti senza guida. Dalla slitta a tutta la produzione di regali, Natale è senza la sua icona più riconoscibile.
Sua moglie Margaret (Luisa Ranieri), da sempre l’ancora che lo supporta e lo sopporta, si ritrova costretta a rimboccarsi le maniche per salvare la festa più attesa dell’anno. Un’idea che, se trattata con profondità o ironia vera, avrebbe potuto ribaltare il genere natalizio e dire qualcosa di nuovo sulle relazioni, sul peso delle aspettative, sulla fragilità sotto le luci colorate. Dunque, tutto scivola.
Una storia che promette molto e mantiene poco
Il film introduce un coro di figure “storiche” delle Feste: l’intraprendente strega Sabrina (Caterina Murino), ovvero la Befana, e una Santa Lucia determinata a prendersi finalmente la scena, interpretata da Valentina Romani. Ognuna di loro arriva con una personalità piena, rumorosa, quasi ansiosa di rubare l’inquadratura. Eppure, il risultato è un affollamento narrativo che soffoca tutto ciò che il film avrebbe potuto esplorare davvero.
Il cast è vasto e ricchissimo: Diego Abatantuono, Michela Andreozzi, Angela Finocchiaro, Rita Longordo, Paolo Calvano, Francesco Centorame, Simone Susinna, Francesca Alice Antonini, Alberto Astorri, Stefano Ambrogi. Appare, però, come un mosaico di presenze sprecate, comparse di lusso intrappolate in personaggi a cui non viene dato il tempo di respirare.
Magia poco magica, emozione poca, confusione tanta
L’intento è chiaro: Amazon MGM Studios e Gaumont Italia puntano a una commedia travestita da racconto magico, diretta da Stefano Cipani e scritta da Michela Andreozzi con la collaborazione di Filippo Macchiusi. Il problema è che l’ambizione non si traduce in sostanza.
La crisi esistenziale di Babbo Natale, che dovrebbe essere il cuore pulsante del film, resta un accenno. Una ruga narrativa che non diventa mai davvero ferita, mai davvero domanda. E se volessimo rincarare la dose, potremmo anche sottolineare con quanta facilità questa viene risolta. Una crisi del maschile che sarebbe stata di gran lunga più interessante se affrontata con meno fragilità e se non fosse contrapposta alla presenza di una moglie ingombrante.
Margaret, che potrebbe essere l’unico personaggio davvero interessante, si muove dentro un copione che la tira da tutte le parti: madre, moglie, eroina improvvisata, spirito pragmatico. Facendo quasi ricorso a quella narrativa di donne che, per assumere il potere, deve essere perfetta e impeccabile. L’assenza del marito la costringe a crollare, ma solo alla fine del film riesce a chiedere scusa proprio per il suo modo d’essere. Elemento che viene evidenziato dal suo continuo “fare fare fare” e che crolla davanti l’incapacità di chiedere aiuto. In questo modo, anche il messaggio finale di empowerment femminile perde di potenza. Per quanto possa esser bello vedere delle donne che imparano a sostenersi e non a farsi le scarpe a vicenda.
Nel mezzo, una guerra sotterranea tra figure natalizie: la Befana e Santa Lucia. Altri due aspetti femminili, di gran lunga più interessanti e comici di quanto non sia Margaret. Specie la Befana, in questa versione inedità tutta fuoco e sensualità.
Il risultato è un film che non riesce a trovare il proprio equilibrio: non fa ridere davvero, non commuove, non sorprende. La magia sembra luci di scena più che stupore autentico, e il realismo emotivo che tenta di suggerire resta un’eco lontana.
Una commedia che vuole essere tutto e finisce per essere poco
La produzione è solida, l’idea è buona, il cast ha talento da vendere. Ma la storia affoga nella sua stessa ambizione. Vuole essere buffa e adulta, tenera e cinica, magica e realistica. Vuole far ridere i bambini e consolare gli adulti.
Finisce invece per sembrare un film indeciso, frenetico, che corre da un punto all’altro senza fermarsi mai a costruire qualcosa che lasci davvero il segno.
In conclusione
“Natale senza Babbo” è il classico titolo natalizio che si guarda senza soffrire, ma che neanche lascia qualcosa da portarsi dietro. Una visione gradevole quanto un pandoro confezionato: morbido, zuccherino, ma senza sapore. Ci sono diverse, tante, troppe tematiche di cui si vuol parlare. Così tanti punti di riferimento da renderlo un potpourri in grado solo di sfiorarne la superficie. Tra magia, maschili fragili e donne con i pantaloni, non si riesce davvero a scardinare stereotipi narrativi di genere. Ma, anzi, in un certo senso è quasi come se si rafforzassero.
Un tentativo di guardare a quelle commedie natalizie americane, rendendo Roma il centro nevralgico di questo natale cacofonico. Se cercavi una storia che scaldasse, che liberasse quella scintilla infantile delle feste o che reinventasse davvero l’immaginario natalizio… rischi di rimanere a mani vuote.

