Oasis: Don't Look Back in Anger

Nell’epoca d’oro dei biopic romanzati, dove la fascinazione voyeuristica per la vita privata e i torbidi drammi personali delle star è diventata il principale centro d’interesse del pubblico, scegliere la strada del documentario puro è un’arma quasi sovversiva. È una risposta secca, per certi versi necessaria, a un’assenza durata quindici anni che non poteva essere liquidata senza una spiegazione sapiente e sagace. È proprio in questa frattura che si inserisce lo sguardo della regia e la scrittura di una sceneggiatura che sa esattamente cosa mostrare, senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Un intento dichiarato fin dal titolo: non guardarsi alle spalle con rabbia, ma affrontare il presente con l’occhio rivolto al futuro. Perché se di perdono si deve parlare, questo rimane l’unica vera risposta a una reunion così spasmodicamente attesa.

Mentre in rete esplode la caccia ai biglietti per le date italiane annunciate per il prossimo anno e montano le immancabili polemiche della bolla social, Oasis: Don’t Look Back in Anger – scritto da Steven Knight (Peaky Blinders) e diretto da Dylan Southern e Will Lovelace sembra quasi prevedere e disinnescare questo rumore di fondo. A Noel e a Liam non interessa minimamente quando li abbiate scoperti. Non gli importa che conosciate a memoria ogni singola b-side. A loro commuove la condivisione, la voglia viscerale di stare insieme: gli unici veri elementi capaci di ricucire le ferite che entrambi si sono portati dentro per anni.

Dopo la presentazione in anteprima a Venezia 83, il film arriva nelle sale italiane dal 10 settembre come evento speciale targato Disney+, prima di sbarcare in streaming entro la fine dell’anno.

Il backstage di un’impossibilità

Si parte da quell’unica, enorme domanda che ha accompagnato l’annuncio del tour Oasis Live ’25: davvero riusciranno a non scannarsi prima dell’ultima data? Le prime sequenze delle prove sono raccontate quasi come un thriller psicologico. Le telecamere rubano silenzi pesantissimi dentro la stanza, registrano l’attesa carica di sospetto prima dell’ingresso di Liam e catturano gli sguardi di Noel, sospesi nel dubbio che il passato possa esplodere di nuovo da un momento all’altro. È un’intimità costruita senza spettacolarizzare il conflitto: la tensione c’è, si sente, ma la regia la lascia semplicemente respirare.

Poi, quando le luci si accendono al primo concerto di Cardiff, il film cambia definitivamente marcia.

Quando canta il pubblico: generazioni a confronto

Il vero centro di gravità del documentario, a sorpresa, non sono i vecchi rancori di famiglia. Sono le persone. Southern e Lovelace regalano un’infinità di spazio a generazioni diverse che dagli anni ’90 ad oggi hanno fatto proprie le parole dei loro testi: chi c’era fin dall’inizio e oggi mostra i primi capelli grigi, chi li ha scoperti per caso tra i trend di TikTok, chi ha attraversato i continenti solo per esserci. È senza dubbio la scelta più intelligente dell’intero film.

La cinepresa vaga affamata tra la folla, a caccia di volti e umanità. E se Liam continua a cantare quelle canzoni con la solita, impertinente furia, poco importa alle guance rigate che da sotto il palco si bagnano di sale: le lacrime sulle note di Live Forever, gli abbracci liberatori durante Wonderwall, gli occhi increduli di chi stenta a crederci raccontano che quella musica ha smesso da tempo di appartenere ai Gallagher per diventare patrimonio collettivo.

Liam e Noel: meno guerra, più umanità

Chi si aspetta due ore di confessioni rubate, accuse incrociate e retroscena morbosamente sezionati sulla rottura del 2009 rimarrà spiazzato. Il documentario evita volutamente il processo al passato. La spaccatura viene ricordata, ma non analizzata al microscopio. Il film preferisce osservare quello che accade oggi: Noel che definisce Liam “delightful”, i due che condividono la loro prima intervista insieme dopo oltre vent’anni, piccoli gesti di complicità impercettibile che raccontano molto più delle parole.

È una linea narrativa che rende il lavoro inevitabilmente meno investigativo e più celebrativo. Un limite? Forse per chi cercava lo scoop. In realtà è una chiarissima dichiarazione d’intenti: Don’t Look Back in Anger non vuole riaprire le ferite, vuole osservare cosa succede quando smettono di sanguinare.

Il suono di uno stadio

Da un punto di vista tecnico, il film viaggia su livelli impeccabili. La fotografia di Haris Zambarloukos trasforma gli stadi in enormi cattedrali di luce, mentre il montaggio cuce l’energia dei live ai momenti più intimi del backstage con un ritmo che non lascia mai cadere la tensione. Fondamentale anche il lavoro sul suono curato da James Mather e Tarn Willers: restituisce la potenza d’impatto della band senza mai soffocare il coro del pubblico, che diventa parte integrante della colonna sonora emotiva del film.

Una reunion che parla del presente

La forza di Oasis: Don’t Look Back in Anger sta nel fatto che, pur partendo dall’epopea di una delle band più iconiche del Britpop, finisce per raccontare qualcosa di universale. Parla del tempo. Di come certe canzoni diventino rifugi inalterabili. Di come alcune persone riescano a ritrovarsi senza il bisogno di vivisezionare ogni singola cicatrice.

Certo, il film fa un passo indietro di fronte ai nodi più scomodi, dai reali equilibri quotidiani tra i fratelli fino alle polemiche sul dynamic pricing dei biglietti, e proprio questa prudenza gli impedisce di essere il ritratto definitivo della pausa degli Oasis.

Eppure, quando il pubblico canta Don’t Look Back in Anger all’unisono, qualsiasi riserva passa in secondo piano. Perché il documentario ci ricorda una verità semplice: il rock non vive soltanto nei musicisti che lo suonano sul palco, ma nelle persone che continuano a cantarlo a squarciagola anni dopo. Ed è tutto qui il significato più autentico di questa reunion: non guardarsi indietro con rabbia, ma scoprire che alcune canzoni hanno sempre saputo aspettarci.

Oasis: Don’t Look Back in Anger è nelle sale italiane dal 10 settembre, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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