Peau d’homme

Film di chiusura Fuori Concorso delle Giornate degli Autori, Peau d’homme di Léa Domenach è una fiaba musicale ambientata alla fine del Quattrocento che utilizza magia, ironia e canzoni per parlare di identità, desiderio e libertà. Protagonista è Blanche, una giovane principessa promessa in sposa a Melchior, un comandante tanto rude quanto distante dalla sensibilità della ragazza. Blanche preferirebbe entrare in convento, ma la sua madrina le offre un’alternativa inattesa: una pelle magica capace di trasformarla in un uomo. Con il nuovo volto di Léonard, Blanche può così conoscere il futuro marito senza essere riconosciuta. Soprattutto, può scoprire una parte di sé che fino a quel momento le era stata negata.

Diretto da Léa Domenach e scritto insieme a Clémence Dargent, Peau d’homme parte dall’omonimo fumetto di Hubert e Zanzim. Guarda apertamente anche alla tradizione della fiaba cinematografica francese, a partire da Peau d’Âne di Jacques Demy. Ma dietro l’estetica fiabesca e la struttura da musical si nasconde una riflessione molto contemporanea sul modo in cui la società stabilisce cosa sia accettabile per un uomo e cosa, invece, venga condannato in una donna.

Una fiaba medievale per parlare al presente

La scelta di ambientare la storia nel Medioevo permette a Domenach di costruire una distanza temporale. Ciò rende ancora più evidente la modernità dei suoi temi. Il regno in cui vive Blanche è dominato dalla siccità, dalla religione e da una società che pretende di stabilire non soltanto come comportarsi, ma anche chi amare e quale identità assumere.

Blanche cresce all’interno di un sistema nel quale il matrimonio è prima di tutto un accordo e il desiderio femminile deve necessariamente rimanere subordinato alle aspettative della comunità. La trasformazione in Léonard le permette per la prima volta di attraversare quello stesso mondo con uno sguardo diverso.

Il punto più interessante è proprio questo cambio di prospettiva. Nei panni di un uomo, Blanche scopre una libertà che non le sarebbe mai stata concessa come donna. Può parlare diversamente, muoversi diversamente, desiderare senza essere immediatamente giudicata. La sua esperienza diventa così uno strumento per mettere in discussione un doppio standard ancora estremamente attuale: ciò che viene considerato naturale o addirittura positivo quando appartiene a un uomo può diventare scandaloso quando appartiene a una donna.

Il musical come forma di libertà

Domenach sceglie di raccontare tutto questo attraverso il musical, una decisione che rappresenta tanto uno dei punti di forza quanto uno degli elementi più particolari del film. Le canzoni permettono alla regista di alleggerire questioni potenzialmente pesanti e di trasformare il discorso sull’identità in qualcosa di immediato, pop e accessibile.

Il contrasto tra la rigidità dell’ambientazione medievale e la libertà della musica produce alcuni dei momenti più riusciti del film. Le regole vengono cantate, contestate e deformate attraverso una forma espressiva che permette ai personaggi di dire ciò che normalmente non potrebbero pronunciare.

Non tutto il meccanismo ha però la stessa efficacia. Alcuni numeri musicali risultano più convincenti di altri e il film rischia occasionalmente di affidarsi alla canzone per esplicitare concetti che erano già sufficientemente chiari nella narrazione. La leggerezza è una scelta precisa, ma in alcuni momenti attenua la forza dei conflitti invece di amplificarla.

Il gioco del doppio

Claire Pommet, conosciuta artisticamente come Pomme, è una Blanche fragile ma determinata, e porta nel film anche la propria esperienza musicale componendo le canzoni del personaggio. La sua interpretazione deve necessariamente muoversi su più livelli: Blanche deve essere credibile sia come giovane donna sia come Léonard, senza che la trasformazione si limiti a un semplice cambio di costume.

È proprio nel rapporto tra i due volti che il film trova una delle sue idee più interessanti. Blanche non interpreta semplicemente un uomo: scopre quanto la propria percezione di sé cambi quando cambia il modo in cui gli altri la guardano.

Accanto a lei, Stefan Crépon interpreta Léonard, contribuendo a costruire una sorta di specchio umano del personaggio. Il lavoro sui gesti, sulla postura e sulle reazioni permette ai due di creare una continuità tra le due identità, evitando che il gioco del doppio diventi soltanto un espediente comico.

Quando la satira diventa più esplicita

Il film non si limita alla questione dell’identità di Blanche, ma costruisce una galleria di personaggi e situazioni attraverso cui mette alla berlina il potere patriarcale e religioso. Tra questi emerge Tancrède, interpretato da Eddy de Pretto, fratello di Blanche e sacerdote omofobo e maschilista.

È una delle figure attraverso cui Domenach rende più esplicita la componente satirica del film. Il problema è che proprio qui Peau d’homme rischia di diventare troppo schematico. Alcuni personaggi incarnano così chiaramente ciò che il film vuole criticare da perdere parte della propria complessità.

La satira funziona meglio quando lascia emergere l’assurdità delle regole attraverso le situazioni e il contrasto tra ciò che viene considerato normale e ciò che viene condannato. Quando invece il messaggio viene dichiarato apertamente, il film perde parte della sua sottigliezza.

Identità, desiderio e libertà

Al centro di Peau d’homme rimane comunque una domanda semplice ma importante: quanto di ciò che pensiamo di essere dipende realmente da noi e quanto, invece, viene costruito dallo sguardo degli altri?

La pelle magica permette a Blanche di cambiare corpo, ma soprattutto di cambiare posizione all’interno della società. Attraverso Léonard, la ragazza può sperimentare un’esistenza diversa e mettere in discussione le regole che fino a quel momento aveva accettato come inevitabili.

Il film parla quindi di identità senza cercare necessariamente di dare una definizione unica. Il suo messaggio più forte è la possibilità di esplorarsi, di mettere in discussione ciò che ci è stato imposto. Così da riconoscere il desiderio come parte fondamentale della libertà individuale.

La fiaba diventa così uno spazio protetto nel quale è possibile immaginare una società diversa. E proprio perché raccontata attraverso il linguaggio apparentemente innocuo del musical, la riflessione arriva con una leggerezza che rappresenta uno degli aspetti più riusciti dell’opera.

Una chiusura leggera e contemporanea

Peau d’homme è una fiaba musicale colorata e identitaria che guarda alla tradizione francese per parlare di questioni molto attuali. Léa Domenach costruisce un film accessibile e ironico, capace di affrontare identità di genere, sessualità e doppio standard senza rinunciare alla dimensione spettacolare.

Non tutte le intuizioni hanno la stessa forza e alcuni personaggi risultano più funzionali al messaggio che realmente sviluppati. Anche il musical alterna momenti brillanti ad altri più convenzionali. Ma il film trova nel gioco tra passato e presente la propria ragione d’essere.

Peau d’homme chiude le Giornate degli Autori 2026 con una proposta decisamente diversa dal cinema più austero e drammatico che spesso domina i festival. Una fiaba che usa la magia per parlare di libertà e che, dietro il gioco dello scherzo e della trasformazione, ricorda quanto possa essere rivoluzionario poter scegliere semplicemente chi essere e chi amare.

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