Ci sono pochi film capaci di far convivere davvero, nello stesso spazio emotivo, due delle mie più grandi passioni cinematografiche: le commedie romantiche e l’horror. Due generi che, almeno in superficie, sembrano muoversi su binari opposti, ma che a volte finiscono per raccontare la stessa identica cosa: l’amore, osservato da angolazioni diverse, e soprattutto le sue conseguenze quando si intreccia con il desiderio egoistico.
Obsession, nuovo horror firmato da Curry Barker, rientra proprio in questa categoria rara. È uno di quei film che non si limita a scegliere un genere, ma li attraversa entrambi per arrivare a un punto preciso: raccontare cosa succede quando l’amore smette di essere accettazione e diventa bisogno, mancanza, possesso.
Distribuito nelle sale italiane da Universal Pictures a partire dal 14 maggio 2026, il film si muove per 108 minuti in un territorio ibrido, dove la tensione psicologica cresce lentamente e il soprannaturale diventa più un pretesto che una fuga: uno strumento per mettere a nudo le zone più scomode del desiderio umano.
Il desiderio come punto di rottura
Che i desideri, soprattutto quelli pronunciati con leggerezza, portino conseguenze inattese è ormai un topos narrativo consolidato. Il cinema romantico lo ha trasformato in favola, l’horror in incubo. Obsession sta esattamente nel mezzo, e costruisce la sua forza proprio su questa ambiguità.
Il protagonista è Bear, interpretato da Michael Johnston, giovane impiegato in un negozio di dischi, da sempre innamorato della sua amica d’infanzia Nikki, interpretata da Inde Navarrette, che però non ricambia i suoi sentimenti.
Il suo è un amore sospeso, mai risolto, che non esplode ma si sedimenta nel tempo fino a diventare una presenza costante. È proprio in questo stato di stallo emotivo che entra in gioco il One Wish Willow, misterioso manufatto capace di esaudire desideri.
Un bastoncino, un desiderio romantico pronunciato quasi per gioco, con poca fiducia e ancora meno consapevolezza. Ed è qui che il film apre la sua vera riflessione: le controindicazioni, in fondo, erano sempre state scritte in piccolo.
Amore, egoismo e controllo
Il cuore di Obsession non è tanto il soprannaturale, quanto la natura del desiderio. Perché desiderare, molto spesso, significa non pensare alle conseguenze. Significa muoversi per vie coercitive, anche quando non ce ne rendiamo conto.
Ed è esattamente questo che muove Bear: il tentativo di piegare la volontà dell’altro affinché il sentimento che lui prova trovi finalmente una risposta. Ma è proprio qui che il film compie il suo scarto più interessante e più disturbante.
Perché il vero ossessionato, nonostante l’incantesimo, è lui.
Il controllo che Bear esercita su Nikki è totale, privo di consenso e, soprattutto, privo di senso di colpa. Attraverso la magia ha ottenuto ciò che desiderava, ma ciò che ottiene non è amore: è un trofeo. Nikki diventa l’oggetto del suo desiderio, qualcosa che deve conformarsi alla sua volontà, adattarsi, rispondere.
Lei lo aspetta in casa. La sua personalità si spegne progressivamente. Vive in funzione della presenza o dell’assenza di Bear. E lui, nel frattempo, non si interroga mai davvero su quanto tutto questo sia lesivo per lei.
La domanda che emerge, inevitabile, è tanto semplice quanto devastante: Bear ama davvero Nikki, o Nikki è solo un’estensione del suo ego?
Perché se è vero che l’amore implica libertà, Bear sembra completamente disinteressato a questo principio. Il suo problema, almeno inizialmente, non è ciò che sta facendo a lei, ma come modificare il desiderio affinché non abbia conseguenze negative su di lui. Vuole preservare l’immagine, mantenere una parvenza di normalità, rendere quella relazione “presentabile” agli occhi degli altri.
Ma sotto questa superficie, si consuma un annullamento totale. Nikki perde identità e volontà. E paradossalmente, questa condizione funziona per Bear… fino a quando non smette di divertirlo.
Perché nel momento in cui l’oggetto del desiderio perde interesse, lui è già pronto a spostare l’attenzione altrove, verso una nuova possibilità, una nuova ragazza, un nuovo gioco. Ed è qui che Obsession si rivela per quello che è: non una storia d’amore, ma una riflessione lucidissima sul consumo emotivo dell’altro.
Una prospettiva che inganna
Uno degli aspetti più riusciti del film è proprio il modo in cui gioca con la prospettiva dello spettatore. Per una parte del pubblico, almeno inizialmente, può essere facile entrare in empatia con Bear, leggere la storia come quella di un ragazzo innamorato che finalmente ottiene ciò che ha sempre desiderato. Ma Barker dissemina piccoli segnali, crepe sottili, che ribaltano lentamente questa percezione.
Sono soprattutto i momenti in cui Nikki riesce, anche solo per un attimo, a riemergere dal controllo dell’incantesimo a rivelare la verità più cruda. In quelle scene si intravede la sua lucidità, la sua presenza, e proprio per questo si percepisce con maggiore forza quanto sia stata annichilita, piegata a una volontà che non le appartiene. E anche quando Bear arriva a chiedersi quanto lei possa soffrire nello stare con lui, la risposta è già implicita: non sono mai stati davvero insieme.
Quando l’amore smette di esistere
Al termine della visione, resta una sensazione quasi ironica: quella di voler trovare una scappatoia, un cavillo, un modo per poter esprimere un desiderio senza effetti collaterali. Ma è proprio questo impulso a rivelare il senso più profondo del film.
Obsession non parla solo di magia o ossessione. Parla di noi, di come desideriamo e di quanto spesso confondiamo l’amore con il bisogno di possesso.
Ed è in questo spazio, sospeso tra commedia romantica e horror psicologico, che il film di Curry Barker trova la sua forma più autentica: quella di una storia che ci mette davanti a una verità scomoda; non tutto ciò che desideriamo merita davvero di essere realizzato.

