C’è un’energia che somiglia a una corsa a perdifiato nei campi della bassa emiliana, quella che PRINCIPE – all’anagrafe Eugenio Bovina, classe 2004, nato e cresciuto a Sant’Agata Bolognese – porta con sé mentre si prepara a salire sul palco di Sanremo Giovani 2025. Il suo “Mon Amour”, disponibile su tutte le piattaforme digitali, è il biglietto d’ingresso tra i 24 artisti selezionati: un brano uptempo che profuma di quotidianità trasformata in festa, di pop che non ha paura di mostrarsi spontaneo, fresco, istintivo.
Qui l’intervista video.
PRINCIPE arriva qui forte di una “normalità straordinaria”: chitarre che scattano come flash, batterie che pompano adrenalina, un linguaggio diretto e limpido, ereditato da anni di ascolti condivisi in famiglia. Nelle sue canzoni c’è la strada sterrata, la cameretta, la voglia di capire e capirsi. E c’è soprattutto l’idea che la leggerezza non sia superficialità, ma un modo di sopravvivere alla complessità delle emozioni.
“Mon Amour” nasce così: dieci minuti, una chitarra, un’urgenza. E si porta dietro una promessa semplice e fortissima: far star bene chi ascolta, anche solo per tre minuti. Da qui parte la nostra conversazione.
Come ti senti ad affrontare questa sfida di Sanremo Giovani?
«Sicuramente gioioso e felicissimo, perché è un’occasione incredibile ed era un mio sogno. Cerco di godermela il più possibile. Ovviamente c’è un po’ d’ansia perché ci tengo tantissimo, ma è proprio il segno che ci tengo davvero».
“Mon Amour” suona come una hit immediata. Com’è nata l’idea del brano?
«È nata in modo totalmente spontaneo. L’ho scritta in cameretta, chitarra e voce, in dieci minuti. L’ho mandata subito al produttore ed è impazzito. Siamo andati in studio e l’abbiamo fatta, sempre in modo super spontaneo».
Aveva già questo sound ritmato e un po’ latino?
«Sì, quel giorno mi sentivo così. Ho trovato quattro accordi, li ho buttati giù e ci ho scritto subito sopra».
E per quanto riguarda il videoclip? Com’è nata l’idea?
«Volevamo mettere poco playback e puntare su uno storytelling tragicomico. Nel video corro dall’inizio alla fine per raggiungere “lei”. Nel tragitto finisce la benzina, si rompe qualcosa… arrivo tutto sporco. Mi piaceva l’idea di un finale tragicomico, una cosa nuova rispetto ai miei soliti video in playback».
Nel testo c’è la frase “ci siamo detti le peggio cose, ma non ci siamo detti addio”. Qual è la tua idea d’amore?
«L’amore per me è complicatissimo. La canzone è dedicata a una ragazza, ed è finita male. Io dell’amore non ci sto capendo molto. È una frase pesante, anche se la dico con leggerezza. Credo che l’amore richieda impegno e sincerità, molto più di quanto immaginiamo dai film. Da giovani è ancora più difficile, perché prima di stare con qualcuno devi capire chi sei tu».
Spesso nei film si vede solo l’innamoramento, non la relazione. Cosa ne pensi?
«Esatto. Ci vendono un’idea troppo romantica. In realtà l’amore è serio, richiede impegno. E da giovani è complicato perché non si sa ancora bene chi si è».
Nel tuo videoclip, così come nei testi, unisci leggerezza e temi più profondi. Quanto è importante per te questo equilibrio?
«Molto. Sono fan dei testi. Scrivere mi aiuta a capirmi e a sfogarmi. Cerco sempre di scrivere bene ciò che penso, perché così affronto meglio le cose».
Cosa speri arrivi al pubblico con “Mon Amour”?
«Spero arrivi leggerezza. In questi giorni sto ricevendo tantissimo affetto: cover, gente che canta la mia canzone… è stupendo. Spero che chi ascolta si stacchi un attimo dalle rotture quotidiane e si goda quei due o tre minuti».
Hai visto le esibizioni degli altri colleghi in gara?
«Certo, guardo tutto. Anche lì si parla molto d’amore, ognuno in modo diverso. Io stesso l’ho trattato in modi opposti: a volte giocoso, altre tragico. Abbiamo tutti tante sfumature».
Se dovessi descrivere “Mon Amour” a qualcuno che non l’ha mai ascoltata?
«È una sbronzata romantica. Romantica perché un po’ d’amore c’è, ma non quello dei film: è più crudo. Sbronzata perché è una botta, è carica. Credo sia l’aggettivo giusto».
Nei tuoi video e nei tuoi brani si sente un’atmosfera bucolica. Quanto contano le tue origini nella tua arte?
«Tantissimo. Ho vissuto a Milano, ma non faceva per me: sono tornato a casa. Sono molto legato al mio paese e alla natura. Quando sto male vado nei campi, da solo, per riflettere. È una parte essenziale di me».
Guardando al futuro, quali prospettive hai per la tua musica?
«Non ho limiti nei sogni: ne ho uno enorme, lì in fondo. Ma ragiono step by step. Ora penso a Sanremo Giovani. Dopo uscirà tanta musica e spero di suonare molto. Vorrei tantissimo fare un mio concerto, con la mia gente: è il mio grande desiderio».
È bello sentirti dire che “non c’è fretta”: oggi sembra il contrario.
«Infatti cerco di non farmi prendere da questa cosa. Facciamo le cose fatte bene e con calma: tutto arriva, non serve correre».
Un film o una serie TV che assoceresti a “Mon Amour”?
«Domanda difficilissima! Mi viene “Outer Banks”. Non c’entra molto musicalmente, ma mi dà quel vibe di amore adolescenziale un po’ rozzo. E poi sono fan».
Scaramanzia a parte: se dovessi arrivare sul palco dell’Ariston, a chi dedicheresti la tua finale?
«Alla mia famiglia, al mio team e agli amici che mi sono vicini. In questo periodo sto ricevendo tanto affetto. Senza persone con cui condividere un traguardo, è come non raggiungerlo. Quindi lo dedicherei a loro… e a me stesso».
Chiude l’intervista con lo stesso sorriso pulito con cui era entrato, quello di chi non si vergogna di dire che sogna in grande ma senza correre, che nella musica cerca un posto dove sentirsi meno solo e, magari, far sentire meno soli gli altri. Con “Mon Amour”, PRINCIPE conferma il suo posto nella nuova scena pop italiana: un autore giovane ma già consapevole, capace di trasformare la normalità della vita di provincia in una scintilla luminosa, in un racconto che vibra tra ritmo e fragilità.
Il suo percorso è solo all’inizio, eppure ha già il suono di qualcuno che vuole restare. Dalla campagna bolognese ai palchi estivi, fino alla sfida di Sanremo Giovani, PRINCIPE porta avanti un’idea di pop che profuma di verità, di leggerezza conquistata, di storie che si appiccicano addosso. E se davvero – come dice lui – “alla fine, oh… viva l’amore, sempre”, allora “Mon Amour” è il suo modo più sincero per ricordarcelo.

