Dopo l’intenso red carpet a Venezia80, “Priscilla” è arrivata finalmente in sala. Tratto dal romanzo autobiografico “Elvis e Io”, Sofia Coppola si è confrontata con un’intensa storia da raccontare specie successivamente al biopic di Baz Luhrmann.
Nel giro di poco tempo, infatti, sono stati serviti al pubblico due punti di vista molto differenti tra di loro. La Coppola e Luhrmann hanno dimostrato quanto non esista la verità, ma solo versioni della stessa. In un caso, infatti, avevamo il racconto e la rovina del Re del rock: un protagonista e uno spettatore dell’andamento della sua stessa vita. Mentre, con Priscilla, ci si concentra di più sugli aspetti da “angelo del focolare” ricercati nella donna che lui avrebbe idealmente amato. Si tocca, quindi, la sacralità di una leggenda umanizzandola o demonizzandola a seconda delle diverse inquadrature.
Tutto inizia quel fatidico giorno: l’attimo in cui una giovanissima ragazza si trova di fronte al mito che tanto ascoltava in vinile. Chi di noi avrebbe resistito anche solo un istante dal parlare con il proprio mito, specie a quattordici anni? Lui, lì, in carne e ossa che chiede di lei solo dopo le prime e semplici parole che hanno avuto modo di scambiarsi.
In questo modo, il pubblico vive a specchio l’emozione di essere in Germania, a Wiesbaden, dove il Re stava facendo il suo servizio militare per poter pagare le sue impudicizie pubbliche. Allo stesso tempo, ci si immerge nella vita di Priscilla (non ancora) Presley raccontano la nascita di un dolce sentimento. Lei abita proprio in quella città, insieme a sua madre e al patrigno ufficiale della United States Air Force.
Accade l’imprevedibile, l’inaspettato: le conversazioni si trasformano in regali, in feste passate insieme e alla fine il sogno di vivere con lui proprio a Graceland. E se, in un primo momento, questo può sembrare un sogno ad occhi aperti; lentamente si trasforma in una gabbia dalla quale lei non è in grado di fuggire.
Sofia Coppola, dunque, si concentra nel cercare di delineare proprio i confini di questa una prigione dorata e lo fa allargando o stringendo le inquadrature sulla sua protagonista. La stanza diviene importante quando lei si sente sola, così tutto diventa opprimente quando il focus è sui particolare. Vi è una specifica ricerca estetica, tipica dei film della Coppola, che qui raggiunge il suo pastelloso exploit. I vestiti, le pareti, tutto il contorno ha più importanza della reale sostanza rendendo questo film asettico e privo di anima. Una disincantata illusione che rappresenta la facilità con cui si possa cadere nell’illusione dell’amore.
Un amore quello tra Priscilla ed Elvis che diventa opprimente, coercitivo e che non tiene conto delle esigenze personali della ragazza trattata come un uccellino intoccabile. Una dinamica squilibrata in cui vi è una sola parte importante: quella di Elvis.
Il Re del Rock ha appositamente scelto una ragazza così giovane, un aspetto che viene sottolineato più volte, affinché potesse essere plasmata secondo i suoi desideri. Le fa tingere i capelli, le dice come vestirsi, la tratta come una bambola non tenendo conto neanche dei suoi stessi desideri sessuali. Lei è destinata solo a un compito: mantenere accesa la fiamma del focolare. In questo modo viene designato il lato oscuro di questo personaggio dai tratti sempre più opacizzati. Lui, a sua volta vittima della volontà del Colonnello, ripaga la donna che lo ama con la stessa moneta.
Priscilla, in questo modo, diventa un mezzo per raccontare una vita di soprusi e abusi che finiscono per spegnere sempre di più la sua volontà. La fotografia accompagna questo lento declino diventando sempre più smorta e cupa. I toni vibranti ritornano solo nel finale, quando lei trova la forza necessaria per sganciarsi da questo meccanismo relazionale tossico. Una donna pronta a rivendicare il proprio posto nel mondo, sulle note di una canzone su cui vi preghiamo di fare attenzione per la sua storia.
Cailee Spaeny e Jacob Elordi, purtroppo, sembrano un po’ soffocati nei loro ruoli. Sembra quasi che il tempo si sia fermato su di loro, nonostante il passare degli anni. Cambiano i look e poco altro, lasciandoli sorprendentemente immobili all’interno delle loro performance. La loro notevole differenza di altezza e corporatura gioca un ruolo di grande impatto nella messa in scena dei due personaggi. Lei è poco meno di un metro e sessanta, mentre lui supera il metro e novantatré.
Questa storia, dunque, si focalizza sulla presa di coscienza personale. Sebbene radicata in una storia vera, questo racconto diventa trasversale e in grado di rappresentare amori analoghi: non è necessario essere un dio del rock per pensare che tutto ti sia concesso. In ogni caso, al di la del tentativo di rappresentazione, quel che resta è la mera estetica e la lentezza narrativa con cui Sofia Coppola cerca di attenzionare sguardi e sentimenti.

