bananastereo

Che il venerdì sia il giorno consacrato alle release musicali è ormai un fatto noto a chiunque viva, anche solo di riflesso, la scena indipendente. Il giovedì, però, è diventato una sorta di vigilia: un momento sospeso, una preparazione lenta, quasi un “mettere in forno” per permettere a pochi fortunati di assaggiare in anteprima ciò che, allo scoccare della mezzanotte, sarà di tutti. Una piccola cerimonia collettiva che alimenta la FOMO ma che, allo stesso tempo, fa sentire parte di qualcosa.

Ieri sera, al Monk di Roma, è successo esattamente questo. Le luci blu e violette hanno accolto un pubblico infreddolito ma pronto a scaldarsi con musica vera, viva, condivisa. Un’anteprima di brani destinati a girare per tutta Italia. Indiepanchine si è fatta megafono – vorace e luminoso – delle voci dei Bananastereo, dei Chiaroscuro e, dulcis in fundo, dell’energia brutale e contagiosa di Wepro. Tre progetti con identità già nette, riconoscibili, che meritano un respiro più ampio.

È da questa notte di ascolti privilegiati che nasce il bisogno di tirare le prime somme sugli album usciti a mezzanotte.

Bananastereo: una maturazione evidente, sul palco e in studio

Partendo dai Bananastereo, la loro crescita è ormai sotto gli occhi di chiunque. Non serve esserci – come la sottoscritta – dal giorno zero per riconoscerne il talento, né per percepire la sinergia quasi organica che hanno costruito nel tempo. Persino i tempi morti sul palco, quelli tra un accordo e un cambio di strumento, diventano frammenti di pathos: parentesi capaci di convogliare e riconvertire l’emozione.

È una corsa sulle montagne russe da cui è difficile scendere. Giovani, sì, ma appena salgono sul palco si trasformano: comunicano, tengono, catturano. Incollano gli sguardi di chiunque si trovi nella venue. E questa è una qualità che non si costruisce: ce l’hai o non ce l’hai. Loro ce l’hanno.

Intifada Mon Amour: amore e politica come atto necessario

Intifada Mon Amour è un album politico. Un disco che parla del presente, dell’amarsi nonostante tutto, mentre il mondo sembra incapace di farlo. Una dicotomia potente che racconta come, per alcuni – nati dalla parte “giusta” del mondo – la vita continui; mentre per altri venga spezzata dal peso delle bombe che cadono dal cielo.

Il viaggio si apre con un’introduzione elettronica che chiarisce fin da subito l’intenzione sonora e narrativa dell’album.

2 o 3 Cose Che So Di Lei

“Qui crolla il mondo e tu ridi di me”

L’intento politico dei Bananastereo è chiaro fin dai primi istanti. I riferimenti all’attualità e alla guerra che sta dilaniando Gaza sono presenti, dichiarati, mai ambigui. Questi ragazzi hanno compiuto una scelta – evidente anche dai loro profili social – e l’hanno trasformata in musica.

È un modo per ricordare, soprattutto ai più giovani, che si può ancora parlare d’amore intrecciandolo al dolore che ogni giorno si consuma sotto i nostri occhi. Il silenzio è complice, e loro hanno deciso di rompere quel silenzio musicando pensieri, ardore e cuore.

Pigalle

“Pigalle” è ormai un simbolo. Da mesi il ritornello viene cantato, urlato, ballato. È l’incontro tra un amore presente e uno adolescenziale, con lo sfondo di una Parigi illuminata dalla pioggia, che annuncia insieme una fine e un nuovo inizio.

Il brano ha una struttura quasi cinematografica: tre atti ben distinti – il segreto, la consapevolezza, la fuga.

“Lo amo,
lo amo,
lo amo Stephan”

Un triangolo amoroso che rischia di distruggere un matrimonio ma che, allo stesso tempo, diventa necessario per ritrovare il proprio benessere. Un pizzico di egoismo, forse, ma l’amore è libertà. E chi ama davvero, a volte, deve anche saper lasciare andare.

Intifada Mon Amour

La title track arriva come terza traccia, con un ritmo più intimo, pensato per essere ballato sotto immagini di corpi che si cercano e si sfiorano. Qui la rivolta prende davvero respiro.

Non si parla di notizie recenti, ma di un conflitto che affonda le sue radici nel 1987: territori occupati, terre sottratte, giochi di potere decisi da terzi. Un cielo dipinto di rosso, riempito di lacrime e sangue.

Ci si può ancora amare mentre tutto crolla?
Mentre palazzi, scuole e ospedali finiscono su corpi piccoli e innocenti?

“Oggi le stelle non stanno al loro posto
e tingono di rosso
vedremo il mare mosso”

Le coscienze si scuotono, i sogni si oscurano. Non resta che rinascere sotto l’urlo della rivolta. Sotto l’urlo di una Palestina libera.

Oh Fiore,

Una dedica. Una richiesta silenziosa di permesso: di amare, di desiderare, di sognare. È una canzone che non ha bisogno di spiegazioni. Va ascoltata e basta.

Sembra di sfogliare una pagina di diario mai detta ad alta voce. La dolcezza che rapisce, lo sguardo da lontano, l’amore trattenuto. Quello che forse non si può stringere davvero, ma che esiste comunque.

Sparisci

“Sparisci” è uno di quei brani che dilaniano. Una confessione intima, quasi una resa. Il sound sporco è una scelta precisa, funzionale al messaggio. La voce di Diego, accompagnata dalla chitarra, mette a nudo l’incapacità di restare davvero con qualcuno.

Bloccato tra presente e passato, tra incudine e martello, il protagonista non può fare altro che implorare il presente di lasciarlo andare.

“Ti prego, sparisci”

Una richiesta dolorosa, sincera, reale. Davanti a una fragilità così esposta, è impossibile provare rancore.

Enfant Prodige

Ricordo perfettamente la prima volta che ho ascoltato questo brano. Al Monk, ieri sera, la sala si è zittita. Tutti hanno trattenuto il respiro per almeno tre minuti.

La maturità necessaria per scrivere un testo del genere racconta molto dell’anima di questi ragazzi. L’immagine di un corpo piccolo, inerme, di un potenziale spezzato da una guerra di religione. Ogni ascolto mi provoca la pelle d’oca, gli occhi lucidi, mentre la mente ripercorre immagini di conflitti che non hanno mai smesso di esistere.

Su questo brano, più di ogni altro, vi invito a guardare il video pubblicato dai Bananastereo sul loro profilo Instagram.

Per Me Che Esisto A Malapena

La chiusura dell’album è cupa, densa, definitiva. Il peso di tutto ciò che è stato detto grava sull’ascoltatore. Amore e dolore si mescolano senza possibilità di separazione.

“Sono tutto il freddo di giugno”

Italiano e francese si intrecciano in un ritmo destabilizzante. L’apertura strumentale finale suggerisce l’idea di un bombardamento: il crollo delle certezze, delle stabilità, delle illusioni.

Un finale che non consola. Ma che resta.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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