Spider-Man: Brand New Day

Ci sono momenti in cui i cinecomic sembrano dimenticare la loro natura più profonda, inseguendo l’urgenza di sorprendere lo spettatore con universi sempre più vasti, minacce cosmiche e intrecci destinati a ridefinire intere saghe. Spider-Man: Brand New Day sceglie invece una strada diversa: quella del silenzio dopo il caos, del vuoto lasciato dai sacrifici e della difficile ricostruzione di un’identità. È un film che non cerca di essere più grande del precedente, ma più vicino al suo protagonista.

Dopo gli eventi di Spider-Man: No Way Home, Peter Parker è un ragazzo che ha perso tutto. Non solo gli affetti, ma persino il ricordo della propria esistenza negli occhi delle persone che ama. È da questa ferita che prende forma il nuovo capitolo, trasformando il supereroe Marvel in un giovane adulto costretto a ridefinire il significato stesso della parola “responsabilità”.

La recensione contiene spoiler.

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Il trauma, la solitudine e il vero DNA di Peter Parker

C’è qualcosa di intrinsecamente profondo nel personaggio di Spider-Man che, fin dalla sua prima apparizione fumettistica firmata da Stan Lee e Steve Ditko, ha permesso a generazioni di lettori di rispecchiarsi nel suo dramma. Un elemento che nei precedenti capitoli dell’Universo Cinematografico Marvel non era ancora stato esplorato fino in fondo: la solitudine cosmica di Peter Parker.

Le perdite dell’eroe hanno sempre segnato i suoi valori, ma il dolore che porta nell’anima nasce da un corto circuito emotivo: Spider-Man c’è sempre stato per tutti, ma raramente gli altri ci sono stati per lui. Quando il suo cuore si spezza definitivamente, assistiamo a una vera e propria mutazione emotiva che dirige l’intero cambio di rotta del film. È la rappresentazione di come il trauma possa alterare le nostre risposte al presente, mostrando la sottile linea in cui la sofferenza rischia di trasformare il bene in male.

Dopo tre pellicole d’assestamento, arrivati a questo quarto capitolo si ha finalmente la sensazione di gridare a pieni polmoni: stiamo guardando il vero Spider-Man.

L’interpretazione di Tom Holland e il ritratto dell’eroe

Tom Holland firma probabilmente la sua interpretazione più intensa, matura e consapevole. Lontano dall’entusiasmo adolescenziale degli esordi, costruisce un Peter Parker segnato dall’isolamento, più introspettivo che brillante, senza tuttavia rinunciare a quell’ironia spontanea che rappresenta il cuore del personaggio.

È proprio nei momenti più raccolti che l’attore riesce a dare spessore al racconto. Quando i poteri e il contesto mutano, le responsabilità diventano ancora più gravose, trasformando il celebre motto dell’Uomo Ragno in una condanna silenziosa e in una scelta quotidiana che pesa su ogni singolo gesto.

Regia, riprese di volo e il ritorno di New York

La regia di Destin Daniel Cretton conferma una spiccata sensibilità nel raccontare personaggi fragili e conflitti interiori. La macchina da presa privilegia gli sguardi, la quotidianità e la geografia urbana, restituendo alla città di New York la sua storica centralità narrativa.

Un comparto visivo tra spettacolarità e citazionismo

L’azione e l’impostazione visiva beneficiano enormemente di questo approccio:

  • Il ritorno delle soggettive di volo: Tornano finalmente le inquadrature aeree cinematografiche che spettacolarizzano le acrobazie tra i grattacieli.
  • Omaggi alla trilogia di Sam Raimi: Non manca un sano citazionismo legato ai precedenti film, con cadute iconiche che ricordano da vicino lo Spider-Man di Tobey Maguire.
  • Omaggi alla duologia con Garfield: Dal punto di vista delle scene emotive, anche in questo caso, ci rifacciamo al citazionismo rivangando alcune delle scene che hanno reso iconico l’amato The Amazing Spider-Man.
  • La città come organismo vivo: Il supporto caloroso della comunità di New York torna ad essere fondamentale, arrivando in parte a colmare l’isolamento emotivo di Peter.

Antieroi e conflitti: un film senza un vero “Villain”

Dal punto di vista della scrittura, la scelta più interessante risiede nell’assenza di un vero e proprio supercattivo tradizionalista. Il reale “villain” della storia è l’apparato governativo umano, intenzionato a sfruttare le mutazioni per creare nuove armi.

I personaggi si muovono così in una zona grigia tra archetipo dell’eroe e dell’antieroe. In questo contesto si inserisce la scorrettezza di Frank Castle (The Punisher), che pur funzionando a tratti come spalla comica, evidenzia come questo Spider-Man continui ad avere bisogno di un contraltare e fatichi ancora a reggere uno stand-alone puro; a meno di non azzerare del tutto la narrazione con un reboot completo.

Sadie Sink e Jean Grey: due identità allo specchio e l’ombra dei Mutanti

Tra le apparizioni più rilevanti, affiancata a speculazioni su presenze come quella di Hulk, l’elemento più affascinante (e riuscito) del film riguarda l’introduzione di Jean Grey, la telepate più forte di sempre. E va detto chiaramente: Sadie Sink regala, senza alcun dubbio, la migliore interpretazione di tutta la pellicola.

La sua presenza va ben oltre il semplice fan service o l’anticipazione del futuro degli X-Men nel Marvel Cinematic Universe. Se da un lato il suo debutto rappresenta un tassello fondamentale nell’espansione narrativa del franchise, dall’altro assume un valore profondamente simbolico nel percorso di Peter Parker. Entrambi sono personaggi definiti dalla solitudine e dal peso di un dono che è, al tempo stesso, una condanna.

Peter vive le conseguenze di un sacrificio che lo ha cancellato dalla memoria di chi ama; Jean è da sempre costretta a confrontarsi con un potere mentale tanto straordinario quanto destabilizzante. Il loro incontro diventa un dialogo tra due identità spezzate, accomunate dalla difficoltà di trovare un equilibrio tra ciò che sono e ciò che il mondo si aspetta da loro. In questo senso, Jean Grey non è solo una nuova protagonista in erba, ma uno specchio attraverso cui il film riflette sul tema dell’identità, arricchendo il percorso di Peter con una sensibilità che va oltre le convenzioni del cinecomic.

Questa tematica si incastra alla perfezione con l’avvicinamento dell’MCU alla questione Mutanti:

  • Il congegno di Peter e il controllo genetico: Il dispositivo che Peter crea per tenere a bada i propri “ormoni aracnidei” richiama le sperimentazioni governative destinate a intensificarsi quando i mutanti usciranno allo scoperto.
  • L’ombra del “Vaccino Mutante”: Questo espediente narrativo ricorda la principale minaccia politica dei vecchi film degli X-Men, ovvero la ricerca di uno strumento per sedare il gene mutante, attorno a cui ruota la ricerca di identità in Brand New Day.

Tra convenzioni MCU e coraggio narrativo: i limiti del film

Spider-Man: Brand New Day non è comunque privo di difetti:

  1. Ritmo altalenante: La parte centrale della pellicola subisce alcuni rallentamenti che smorzano la tensione complessiva.
  2. Sottotrame irrisolte: Alcuni archi narrativi secondari faticano a trovare una conclusione del tutto soddisfacente.
  3. Formule Marvel: Quando la storia prova a spingere sull’acceleratore dell’impatto emotivo, riaffiorano alcune convenzioni tipiche del franchise che stemperano parzialmente la radicalità della messa in scena.

Un ritorno alle radici che guarda al futuro

Eppure, è proprio questa ricerca di equilibrio a rendere Brand New Day uno dei capitoli più affascinanti dedicati all’Uomo Ragno di Tom Holland. Più che inaugurare una semplice fase narrativa, il film recupera l’essenza originaria del personaggio: un eroe imperfetto, vulnerabile e profondamente umano, che continua a scegliere il bene pur sapendo che ogni scelta comporterà una rinuncia.

In un panorama cinematografico dominato dall’eccesso visivo e dalle minacce multiversali, Brand New Day ricorda che la vera forza di Spider-Man risiede nella sua capacità di trasformare il dolore in speranza. Un ritorno alle radici che prova a costruire un futuro ripartendo dalla fragilità. Ed è forse proprio questa la scelta più coraggiosa.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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