Street Fighter è uno di quei film che faccio fatica a condannare del tutto. Non perché sia esente da difetti, né perché ogni sua scelta funzioni alla perfezione, ma perché, nonostante i momenti di imbarazzo piuttosto evidenti, mi sono divertita. E alla fine, davanti a un adattamento di un videogioco che ha fatto parte dell’immaginario di intere generazioni, forse la domanda giusta non è soltanto quanto sia riuscito a costruire una storia, ma anche quanto sia riuscito a restituire quella sensazione di piacere che provavamo quando eravamo davanti a uno schermo, con un joystick in mano e la voglia di sconfiggere il nostro avversario a colpi di mosse speciali.
Diretto da Kitao Sakurai, il film mette al centro la rivalità tra Ryu e Ken, riportando sullo schermo un universo che non ha mai avuto bisogno di essere particolarmente realistico per funzionare. Al contrario, Street Fighter vive di eccessi, personaggi caricaturali, proporzioni impossibili e mosse che appartengono a un immaginario ben preciso. Pretendere di trasformare tutto questo in un racconto serioso, cercando di giustificare ogni elemento attraverso una sceneggiatura realistica, avrebbe potuto produrre un risultato persino più imbarazzante. Il film sceglie invece una strada diversa: si prende in giro, esagera, gioca con il proprio materiale di partenza e cerca di coinvolgere lo spettatore in un divertimento che non pretende di essere sempre elegante o raffinato.
Street Fighter è camp, e non ha paura di esserlo
La parola chiave per capire questo film è una sola: camp. Volutamente sopra le righe, grottesco, autoironico, Street Fighter non vuole essere preso troppo sul serio e, soprattutto, non vuole che sia soltanto lo spettatore a ridere di lui. Vuole farlo insieme a noi, costruendo situazioni talmente assurde da diventare parte integrante del suo linguaggio. È una scelta che può dividere il pubblico, ma che personalmente ho trovato coerente con l’identità del videogioco e con il tipo di esperienza che il film cerca di ricreare.
Fin dai primi istanti, il racconto si apre con una sequenza animata in stile anime, una scelta che ritorna nel corso del film per riportarci al passato dei personaggi. È un espediente che potrebbe apparire un po’ dissonante rispetto alle sequenze live action, ma che contribuisce anche a evocare un immaginario legato alla cultura pop giapponese e alle sue diverse forme di racconto. L’animazione diventa così una finestra sui ricordi, un modo per recuperare ciò che ha preceduto gli eventi narrati e, contemporaneamente, un richiamo a un universo che non nasce certo con questo adattamento cinematografico.
Gli eccessi come chiave di lettura
Il film sembra conoscere bene il materiale che ha tra le mani e, invece di tentare di normalizzarlo, preferisce abbracciarne le esagerazioni. Del resto, se si guarda alla storia dei personaggi e al modo in cui sono stati concepiti, è difficile immaginare che un approccio eccessivamente realistico possa restituirne davvero tutta la forza visiva. Le proporzioni, i costumi, le personalità e persino alcuni tratti caricaturali fanno parte dell’esperienza di Street Fighter. Renderli tutti credibili secondo i parametri del cinema d’azione tradizionale avrebbe significato rischiare di perdere proprio ciò che li rende riconoscibili.
È anche per questo che ho apprezzato la scelta di mantenere un’estetica volutamente artificiale, plastica, lontana dalla ricerca di un realismo assoluto. Il film non cerca di nascondere la propria natura di spettacolo costruito, ma la mette in mostra. E quando accetta fino in fondo questa impostazione, trova una sua identità precisa.
Non è soltanto un film di combattimenti, ma il ricordo di un videogioco
La cosa che mi ha convinta maggiormente è la sensazione che il film non voglia limitarsi a mettere in scena una serie di combattimenti. Il suo obiettivo sembra piuttosto quello di recuperare il piacere di giocare a Street Fighter, ricreando sullo schermo alcuni degli elementi che rendevano riconoscibile ogni partita. Non soltanto le mosse speciali, ma anche gli scenari, le atmosfere e quella dimensione quasi rituale per cui ogni personaggio aveva un’identità immediatamente leggibile.
Chi ha giocato al videogioco può ritrovare una serie di dettagli che funzionano proprio perché non hanno bisogno di essere spiegati. Le mosse iconiche, i riferimenti agli ambienti e le caratteristiche dei personaggi diventano piccole ricompense per chi conosce già quell’universo. Non sono necessariamente elementi indispensabili per comprendere la storia, ma contribuiscono a costruire un rapporto di complicità con lo spettatore. È quel genere di fan service che, quando è inserito in un progetto consapevole della propria natura, può diventare parte integrante del divertimento.
Le scelte musicali ai limiti del musical
Anche la colonna sonora contribuisce a questa dimensione pop, alternando brani molto diversi tra loro e accompagnando il racconto senza la necessità di mantenere un tono uniforme. La musica diventa un altro strumento per amplificare l’eccesso, sostenere le situazioni comiche e trasformare alcuni momenti in piccoli spettacoli autonomi. È una componente che ho apprezzato particolarmente, perché restituisce al film una vitalità che va oltre la semplice successione delle scene d’azione.
Il risultato non è sempre equilibrato. Ci sono passaggi in cui la narrazione sembra saltare alcuni snodi, come se mancasse un pezzo necessario a collegare gli eventi, e un risvolto fondamentale arriva senza che il film gli conceda tutto lo spazio di cui avrebbe bisogno. Per qualche istante si ha la sensazione di essersi persi qualcosa, di aver distolto lo sguardo proprio nel momento sbagliato. È una fragilità strutturale che impedisce al racconto di essere sempre fluido, ma che non ha cancellato il piacere complessivo della visione.
Tra sensualità, sessualizzazione e una quantità sospetta di piedi
Naturalmente, non tutto quello che Street Fighter propone funziona allo stesso modo. C’è una componente legata alla sessualità e alla sessualizzazione dei corpi che viene inserita con una certa insistenza, talvolta senza che sia davvero necessario. Il film sembra divertirsi a mettere in mostra i propri personaggi, a sottolinearne la fisicità e a costruire situazioni che oscillano tra il provocatorio e il deliberatamente ridicolo. In alcuni momenti il risultato è divertente, in altri si sfiora un livello di imbarazzo difficile da ignorare.
E poi ci sono i piedi. Tanti piedi. Piedi maschili in quantità tale da diventare quasi un elemento narrativo autonomo, una presenza ricorrente che finisce per attirare l’attenzione anche quando non si vorrebbe. La cosa è talmente insistita da superare la semplice strizzata d’occhio e trasformarsi in una specie di fissazione del film, un dettaglio che sembra voler provocare lo spettatore e che, proprio per questo, finisce inevitabilmente per far parlare di sé.
Io propongo un gioco alcolico con la visione del film
È uno di quegli aspetti che raccontano bene il rapporto di Street Fighter con il proprio immaginario: da una parte la volontà di conservare l’esagerazione e la fisicità del videogioco, dall’altra la tendenza a spingere alcuni elementi fino a renderli quasi parodistici. Non tutto è necessario, non tutto è elegante e non tutto riesce a evitare il cringe. Ma anche questi eccessi contribuiscono a definire un film che non sembra particolarmente interessato a mantenere una compostezza formale.
Questo non significa che ogni scelta provocatoria debba essere automaticamente giustificata in nome del camp. L’ironia non è una formula magica che rende efficace qualsiasi scena, e la consapevolezza di essere sopra le righe non basta sempre a evitare l’imbarazzo. In questo caso, però, credo che sia importante distinguere tra i momenti in cui il film riesce a trasformare l’eccesso in una gag e quelli in cui si limita a insistere su un elemento fino a renderlo un po’ troppo evidente.
Un cast che abbraccia l’assurdità
Una parte importante dell’operazione passa anche attraverso il casting, che sembra costruito per assecondare la natura caricaturale dei personaggi. Noah Centineo trova in Ken un ruolo che gli permette di giocare con la propria immagine, interpretando un personaggio sbruffone, esagerato e perfettamente inserito nel tono del film. Callina Liang dà vita a una Chun-Li che buca lo schermo, mentre il Bison di David Dastmalchian abbraccia una dimensione volutamente sopra le righe.
Tra le sorprese più divertenti c’è anche Jason Momoa nei panni di Blanka, un personaggio che riesce a sfruttare la componente più assurda del proprio immaginario senza risultare completamente fuori posto. E poi Cody Rhodes, nei panni di Guile, che contribuisce a quel tono caricaturale che attraversa l’intero film. Anche le apparizioni più brevi sembrano pensate per inserirsi in un mondo in cui nessuno ha davvero bisogno di comportarsi come una persona ordinaria.
Il film non cerca di ricondurre tutti i personaggi a una stessa misura interpretativa, ma permette loro di abitare il proprio eccesso. È una scelta che può sembrare disomogenea, ma che si inserisce nella logica generale dell’operazione: se l’universo di partenza è fatto di personalità immediatamente riconoscibili e gesti amplificati, allora anche il lavoro degli interpreti deve trovare una misura diversa da quella del realismo più tradizionale.
Il rischio di non piacere a tutti
Credo che Street Fighter sia uno di quei film per cui il giudizio dipende in maniera significativa dal rapporto che si ha con il suo tono. Non è soltanto una questione di conoscere o meno il videogioco, né di essere appassionati di cinema d’azione. Bisogna essere disposti ad accettare un linguaggio volutamente camp, un umorismo che può apparire infantile e una narrazione che, a tratti, sembra preferire la gag alla costruzione rigorosa della trama.
Se si cerca un film di combattimenti che si prenda sul serio, che costruisca una progressione drammatica solida e che utilizzi i personaggi per raccontare una storia compatta, questa potrebbe non essere l’esperienza giusta. Se invece si è disposti a lasciarsi coinvolgere da un prodotto che gioca con la propria assurdità, che alterna azione, musica, situazioni grottesche e momenti volutamente ridicoli, allora il risultato può essere decisamente più soddisfacente.
È un approccio che può ricordare alcune interpretazioni più eccentriche dei cinecomic, ma che qui trova una propria declinazione attraverso il linguaggio del videogioco e una sensibilità pop che non cerca di uniformarsi a un modello unico. Street Fighter non vuole essere una versione più seria e prestigiosa di sé stesso. Vuole essere riconoscibile, rumoroso, esagerato e, soprattutto, divertente.
Street Fighter: una vittoria imperfetta, ma divertente
Non riesco a condannare del tutto Street Fighter perché, al netto dei difetti, mi ha intrattenuta e mi ha fatta ridere. Ci sono momenti in cui la sceneggiatura perde il controllo della propria struttura, passaggi che sembrano troppo rapidi e situazioni in cui la sessualizzazione o l’insistenza su alcune gag diventano più imbarazzanti che efficaci. Eppure, nel complesso, ho apprezzato la volontà di non trasformare il videogioco in qualcosa che non è mai stato.
Forse il merito maggiore del film è proprio questo: ricordarci che un adattamento non deve necessariamente giustificare ogni sua scelta attraverso il realismo, né dimostrare di essere più maturo del materiale da cui proviene. A volte può bastare trovare un linguaggio coerente con il proprio universo e avere il coraggio di portarlo fino in fondo. Street Fighter ci riesce in parte, inciampa in altri momenti, ma non perde mai del tutto quella voglia di giocare che dovrebbe essere al centro di un progetto del genere.
È un film che consiglio soprattutto a chi ama il camp, l’eccesso e le opere capaci di divertirsi insieme al proprio pubblico. Non è perfetto, non è sempre elegante e qualche volta mette davvero alla prova la nostra soglia di imbarazzo. Ma se riuscite a entrare nel suo mondo senza pretendere che si comporti come un film d’azione tradizionale, potreste uscirne con la stessa sensazione che si provava da bambini dopo una partita particolarmente divertente: magari non avete giocato in modo impeccabile, ma vi siete goduti ogni minuto.
E, naturalmente, se avete una particolare passione per i piedi maschili, sappiate che il film sembra aver pensato anche a voi.

