Con The Smashing Machine, presentato in Concorso a Venezia 82 e in uscita al cinema dal 19 novembre con I Wonder Pictures, Benny Safdie torna dietro la macchina da presa per raccontare la parabola di Mark Kerr, leggenda pionieristica della UFC.
Dwayne Johnson, in una delle prove più insolite e serie della sua carriera, interpreta l’atleta diviso tra i trionfi sul ring e i demoni personali, primo fra tutti la dipendenza da antidolorifici. A sostenerlo e al tempo stesso sfidarlo c’è Dawn Staples-Kerr (Emily Blunt), compagna in una relazione tanto appassionata quanto autodistruttiva.
Il film alterna i piccoli tornei americani agli spalti gremiti del Pride giapponese, intrecciando la cronaca sportiva con l’intimità domestica di un amore fatto di urla, riconciliazioni e cocciutaggine reciproca. Accanto a loro, una schiera di volti presi direttamente dal mondo delle arti marziali miste – tra cui Ryan Bader e Oleksandr Usyk – offre autenticità al ritratto di un’epoca in cui l’MMA era ancora agli albori.
The Rock senza corazza
Dwayne Johnson abbandona i panni della star invincibile per interpretare un uomo fragile, spaventato, logorato dalla paura del fallimento. È la prima volta che il suo fisico non basta a definirlo: Kerr è una montagna in carne ed ossa, ma emotivamente svuotato, incapace di reggere la pressione. Johnson sorprende per misura e malinconia, ma rimane spesso prigioniero di una sceneggiatura che oscilla senza direzione chiara tra il ritratto sportivo e quello privato.
Emily Blunt, furia domestica
Emily Blunt si misura con un ruolo abrasivo: Dawn è l’amore e la condanna di Kerr, un personaggio scritto come specchio e detonatore. Le loro liti, filmate da Safdie come veri incontri di boxe verbale, dominano il racconto. Ma se Blunt riesce a sprigionare energia, il film rischia di ridurre la dinamica di coppia a una serie di esplosioni ripetitive, più funzionali al ritmo che alla sostanza.
Sport o melodramma?
Qui sta il nodo di The Smashing Machine: non chiarisce mai quale delle due anime privilegiare. Safdie filma i match con tensione e fisicità, grazie anche a un montaggio serrato, ma evita accuratamente la catarsi del classico “rise and fall” sportivo. Al tempo stesso, non approfondisce davvero l’evoluzione dell’MMA, limitandosi a un paio di cartelli finali che ricordano come Kerr e i suoi contemporanei abbiano contribuito a rendere legittimo lo sport. La sensazione è di un’opera a metà: sportiva senza epica, melodrammatica senza autentica intimità.
Estetica e note stonate
Il marchio A24 si sente nella confezione elegante, con atmosfere ruvide e saturazioni cromatiche che cercano di dare spessore a una trama in realtà piuttosto convenzionale. Safdie gioca con le ellissi, con l’assenza di spiegazioni, con una regia nervosa, ma a tratti sembra più un esercizio di stile che una scelta narrativa. Anche le canzoni utilizzate – My Way di Sinatra e Jungleland di Springsteen – risultano posticce, messe in scena in momenti casuali, più come scorciatoie emozionali che come reali commenti alla vicenda.
Una macchina che non decolla
The Smashing Machine è un film che non sbaglia nulla in maniera clamorosa, ma non osa davvero. Evita il sentimentalismo facile, ma non trova un’alternativa incisiva. Oscilla tra il racconto intimo e la parabola sportiva, ma senza un baricentro saldo. Le prove di Johnson e Blunt, per quanto convincenti, non bastano a colmare la mancanza di una visione compatta. Il risultato è un’opera che si lascia guardare, a tratti emoziona, ma non lascia segni duraturi: un pugno che colpisce, sì, ma senza mai affondare davvero.

