Kathryn Bigelow torna al Lido con A House of Dynamite, presentato in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film, prodotto da Netflix e scritto da Noah Oppenheim, mette in scena una crisi senza precedenti: un missile, non attribuito ad alcuna nazione, viene lanciato contro gli Stati Uniti, costringendo la Casa Bianca a una corsa contro il tempo per scoprire i responsabili e decidere come reagire.
Elba, Ferguson e il cast
Idris Elba porta in scena il personaggio del POTUS in maniera credibile e autorevole, ma confinato in dialoghi ripetitivi che non gli consentono mai di esplodere davvero. Rebecca Ferguson, elegante e carismatica, è capace di trasmettere tensione anche nei momenti più verbosi, ma il suo ruolo viene confinato al primo atto limitandone l’efficacia. Il resto del cast, da Jared Harris a Tracy Letts fino a Greta Lee e Jason Clarke, resta purtroppo sacrificato a ruoli-funzione che non superano lo stereotipo.
Il ritorno di Bigelow
A distanza di tredici anni da Zero Dark Thirty, Bigelow riabbraccia il thriller politico e militare, affidandosi nuovamente alla fotografia nervosa di Barry Ackroyd e a un montaggio frenetico firmato da Kirk Baxter. L’incipit, con il missile in rotta verso il cuore degli Stati Uniti, è da manuale del cinema catastrofico: un crescendo di tensione scandito dal sound design di Paul N.J. Ottosson e dalle partiture martellanti di Volker Bertelmann. I primi quaranta minuti funzionano come un orologio svizzero, regalando brividi e un senso di urgenza che sembrava perso nel cinema politico americano recente.
Il problema Netflix
Ed è proprio qui che subentra il grande limite di A House of Dynamite: dopo l’avvio impeccabile, la tensione implode in un loop narrativo che sembra cucito su misura per un algoritmo di streaming. Riunioni infinite, linee telefoniche bollenti, briefing ripetuti fino alla nausea: lo spettatore ha l’impressione di assistere tre volte allo stesso film, come in un incubo che si autoalimenta. Il ritmo si spegne, sostituito da una struttura piatta, prevedibile e gonfia di esposizione. A peggiorare le cose, l’ombra costante del product placement che trasforma persino un thriller politico in un catalogo promozionale.
Un film sprecato
Quello che poteva essere un nuovo capitolo nella riflessione di Bigelow sulla geopolitica americana si riduce a un “film Netflix” nel senso più deteriore: confezione impeccabile, sostanza minima. Dove The Hurt Locker e Zero Dark Thirty scavavano nei dilemmi morali, A House of Dynamite si limita a ripetere formule e retorica, senza il coraggio di andare oltre l’apparenza. Non è un disastro totale, perché Bigelow sa ancora dirigere la tensione come pochi, ma è un film che lascia la sensazione di un’occasione mancata, imbrigliata dalle logiche della piattaforma.
Un countdown senza esplosione
A House of Dynamite comincia come un thriller serrato, capace di restituire la paura di un attacco imminente, ma si perde strada facendo, intrappolato in cliché e manierismi da intrattenimento in streaming. Bigelow resta una regista di altissimo livello, ma qui appare soffocata da una sceneggiatura debole e da un contenitore che sembra voler neutralizzare ogni rischio. Il risultato è un film che promette dinamite, ma si consuma in fumo.




