Venticinque anni di carriera non sono un traguardo per tutti, e la data dell’8 luglio a Bari per il tour di Tiziano Ferro doveva essere la celebrazione assoluta di questo viaggio. Un ritorno negli stadi a tre anni dall’ultimo tour, pensato sia per spingere l’ultimo lavoro Il mondo è nostro (anche se stasera la scaletta si apre significativamente con Sono un grande), sia per riabbracciare un pubblico fedele.
Ma la musica dal vivo non mente, e quello di Bari è stato un concerto a due facce: da una parte la potenza intramontabile della nostalgia e dei grandi inni collettivi, dall’altra le fragilità evidenti di un artista umano, forse troppo, in questo momento della sua vita.
La forza dei classici: un canzoniere generazionale
Quando partono i blocchi storici, lo stadio diventa un unico coro. È impossibile restare indifferenti davanti a pezzi che hanno marchiato a fuoco la storia del pop italiano. Brani come Sere nere, Ti scatterò una foto, Il regalo più grande o L’ultima notte al mondo girano da soli: il pubblico trascina la canzone e Tiziano si appoggia a un calore umano impressionante. La scaletta riserva anche ottime sorprese rispetto ai tour precedenti, rispolverando perle come L’olimpiade e E fuori è buio, tracce che i fan storici aspettavano da tempo. C’è spazio anche per momenti intimi come l’omaggio a sorpresa con Non me lo so spiegare e Anema e core, o il blocco finale tutto ritmo con Rosso relativo, Lo stadio e la chiusura affidata a Xdono.
I chiaroscuri: la fatica emotiva e vocale
Eppure, qualcosa stride. Rispetto al passato, questo Tiziano Ferro appare in evidente difficoltà, sia fisica che emotiva. C’è una fatica palpabile nel “rimanere dentro” alle canzoni, come se il carico emotivo di questo tour fosse a tratti troppo pesante da gestire per comunicare con la solita fluidità.
Questa fatica si riflette inevitabilmente sulla performance vocale. Colpisce, in particolare, l’uso massiccio delle doppie tracce sotto le linee vocali principali: una scelta che in alcuni passaggi finisce quasi per coprire la voce live dell’artista, ricordando da vicino l’impostazione di un concerto trap piuttosto che quella a cui il “Tizianone nazionale” ci ha abituati negli anni. A questo si aggiunge la continua rimodulazione delle linee melodiche. Se un tempo Ferro modificava i brani per abbellirli e sfoggiare le sue doti vocali, oggi quelle variazioni sembrano piuttosto un modo per proteggersi, per riuscire a raggiungere la fine del pezzo e portare a casa la performance.
Cosa ci riserva il futuro?
Nonostante i problemi tecnici e una forma non brillantissima, Tiziano Ferro la serata la porta a casa, forte di un repertorio monumentale e di un affetto del pubblico che non si incrina davanti alle imperfezioni.
Resta però un punto interrogativo sulla gestione complessiva di questa fase della sua carriera. L’ultimo album non ha beneficiato di una grande spinta promozionale, venendo percepito dallo zoccolo duro dei fan (e non solo) come un lavoro al di sotto delle aspettative – un trend calante che in realtà si trascina già da qualche anno. La curiosità ora si sposta su cosa succederà dopo gli stadi: ci sarà spazio per un tour più intimo nei palazzetti? O assisteremo a una pausa per ricaricare le batterie e ridefinire la direzione artistica? Solo il tempo lo dirà. Per ora, Bari si tiene stretta i cori, i coriandoli e la vulnerabilità di un grande del nostro pop.

