Una di famiglia costruisce il proprio racconto partendo da una promessa di salvezza che si trasforma rapidamente in una trappola. Millie è una donna alla disperata ricerca di un lavoro e di un alloggio che le permettano di usufruire della libertà condizionata e provare a rimettere insieme la propria vita. L’offerta di diventare governante presso la ricca famiglia Winchester appare come un miraggio, l’occasione concreta di ricominciare da zero. Quando Nina Winchester la assume per occuparsi della casa e della figlia Cecelia, Millie è convinta di aver finalmente trovato un equilibrio. Ma quella che sembra una svolta si rivela presto l’inizio di un incubo domestico, fatto di tensioni sottili, accuse ingiuste e una violenza psicologica che si insinua lentamente, senza mai dichiararsi apertamente.
Nina si manifesta fin da subito come una presenza disturbante e imprevedibile: maltratta Millie, la mette costantemente alla prova, la umilia con richieste impossibili e atteggiamenti contraddittori. Anche Cecelia contribuisce a creare un clima di ostilità difficile da decifrare, rendendo l’ambiente sempre più opprimente. L’unico punto di riferimento sembra essere Andrew, marito di Nina e padre putativo della bambina, uomo paziente e apparentemente irreprensibile, l’unico in grado di riportare una parvenza di equilibrio. Ma Una di famiglia lavora proprio sull’idea che nulla sia davvero come appare, e che dietro l’ordine, la ricchezza e l’eleganza della famiglia Winchester si nascondano dinamiche ben più disturbanti.
Paul Feig e la violenza psicologica come spettacolo disturbante
È in questo terreno instabile che Paul Feig, ancora una volta, dimostra tutto il suo talento nel gestire con sagace ironia tematiche estremamente complesse. In Una di famiglia riesce a rendere tangibile e quasi fisica la violenza psicologica, connotandola di un sottilissimo umorismo nero che non alleggerisce la visione, ma al contrario amplifica il disagio. Lo spettatore viene spinto a provare la stessa sensazione di instabilità dei protagonisti, oscillando continuamente tra tensione e un sorriso amaro che arriva sempre nel momento sbagliato.
Feig gioca con contrasti e fisicità, con la presenza e l’assenza dei personaggi, destabilizzando la prevedibilità della trama e rendendola volutamente imprevedibile. Il film è costruito su continui slittamenti e twist che rimescolano le carte in tavola, spostando costantemente il punto di vista e costringendo lo spettatore a rimettere in discussione ciò che credeva di aver compreso. Basato sull’omonimo bestseller di Freida McFadden, Una di famiglia attinge all’esperienza del regista nel mescolare suspense, ironia e grottesco, come già avvenuto in Un piccolo favore e Un altro piccolo favore.
Tra thriller e ambiguità narrativa
Uno degli elementi centrali del film è il tema del doppio, che attraversa Una di famiglia sia a livello narrativo che visivo. La somiglianza fisica tra Amanda Seyfried (Nina) e Sydney Sweeney (Millie) non è casuale e viene sfruttata dalla regia per creare un continuo gioco di specchi, riflessi e ribaltamenti di ruolo. Feig cavalca senza esitazioni il tema dell’affermazione e della vendetta al femminile, inserendosi in una tendenza del cinema contemporaneo che prova a riscrivere le dinamiche di potere, ma lo fa da una prospettiva volutamente ambigua e mai del tutto rassicurante.
È proprio qui che emergono anche le principali fragilità del film. Nel tentativo di sostenere una chiave di lettura “femminista”, Una di famiglia finisce per sacrificare in parte la coerenza drammaturgica dei personaggi. Millie, in particolare, viene costruita come una figura profondamente ambigua, ma la sua evoluzione narrativa appare talvolta discontinua. La performance di Sydney Sweeney sfrutta con intelligenza questa ambiguità, nonostante la scrittura sembra più interessata all’effetto sorpresa.
Quando il film affronta temi delicati come la violenza domestica e il controllo psicologico, la scelta è quella di trasporli su un piano che gioca quasi con i codici della Final Girl. Le prospettive si ribaltano, l’orrore diventa tangibile e governa il thriller esasperando la credibilità di certe dinamiche. Il sostegno femminile, in questo caso, diviene emblema per disinnescare e coprire la reale gravità di ciò che accade. Una di famiglia funziona come un ottovolante emotivo: diverte, spiazza e intrattiene. Spinge lo spettatore a simpatizzare con la sete di sangue e la vendetta. Una sorta di giustizia privata che potrebbe quasi diventare seriale e reiterata.
La perfezione di facciata e il potere della bellezza
Un’altra tematica centrale in Una di famiglia è quella della perfezione di facciata. L’austerità materna si trasmette e si indottrina, trasformando la bellezza e la cura personale in veri e propri strumenti di potere. Chi appare piacente e curato riesce a mantenere una parvenza di controllo e influenza, attirando chi non riesce a raggiungere gli stessi standard. Così si sviluppa il gioco delle apparenze, che corre in parallelo al tema del doppio, trovando il proprio punto di giunzione tra ossessione e ambizione: la bellezza diventa potere, il sorriso diventa potere.
Le facciate perfette diventano chiavi per rassicurare, dominare e ottenere consenso, ma questo equilibrio è destabilizzato dalla somiglianza tra Millie e Nina. Donne con un passato simile, fragili e private di molte scelte, si confrontano con il fascino e il controllo di un uomo di potere, percepito come obiettivo rassicurante e irraggiungibile. Il desiderio di ciò che è inaccessibile plasma le dinamiche familiari e sociali, trasformando l’apparenza in un campo di battaglia costante. La bellezza effimera, apparentemente intoccabile, è messa in crisi da dettagli minimi: un biondo curato, una ricrescita nascosta, piccoli segni che rivelano l’infragilità di un mondo apparentemente perfetto.
Ci si diverte?
Sì, senza dubbio. Ma è un divertimento che passa attraverso una continua tensione e una contraddizione interna ai personaggi che è diversa da una rivelazione thriller costruita con precisione. Una di famiglia resta così un film volutamente divisivo: brillante nella messa in scena, astuto nel manipolare lo spettatore e consapevolmente sopra le righe. Un’esperienza disturbante e spettacolare che intrattiene più di quanto rifletta, lasciando addosso un senso di disagio che è, forse, il suo risultato più riuscito. Non dimentichiamoci, dunque, che bisogna essere grati e riconscenti per i privilegi del nostro aspetto finisco. Soprattutto quando questi ti fanno passare per “un santo”.

