Un vecchio agente della CIA con la testa piena di segreti e una memoria che comincia a tradirlo. È da questa premessa apparentemente semplice che Martin McDonagh costruisce Wild Horse Nine, presentato in concorso alla 83esima Mostra di Venezia.
Al centro c’è un uomo che non riesce più a ricordare il proprio passato, proprio mentre quel passato torna a presentargli il conto. Ma la sua perdita di memoria diventa anche la metafora di un Paese che preferirebbe dimenticare le proprie responsabilità. Attraverso la storia privata del protagonista, McDonagh guarda infatti alla politica americana in Cile nel 1973 e alle numerose zone d’ombra che hanno attraversato per decenni la storia degli Stati Uniti.
Il risultato è un’opera che mescola thriller, commedia nera e dramma politico, senza appartenere davvero a nessuno di questi generi. Una caratteristica che McDonagh aveva già dimostrato di saper gestire in Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola, dove dietro una struttura apparentemente semplice si nascondeva sempre qualcosa di molto più doloroso.
Una sceneggiatura che cambia continuamente le carte
La vera forza di Wild Horse Nine è la sceneggiatura, costruita con tempi praticamente perfetti. McDonagh non ha fretta di spiegare tutto e preferisce lasciare che siano i dialoghi, gli incontri e soprattutto i continui cambi di prospettiva a ridefinire progressivamente la storia.
Il film cambia più volte direzione senza perdere coerenza. Quello che sembra inizialmente un racconto di spionaggio diventa una riflessione sulla memoria, poi una storia sull’amicizia e sulla lealtà, fino ad assumere una dimensione apertamente politica.
Ogni conversazione diventa così un piccolo duello. I personaggi si provocano, si mentono, si osservano e cercano continuamente di capire quanto l’altro sappia davvero. Il risultato sono dialoghi di una precisione straordinaria, capaci di passare dalla comicità alla gravità nel giro di poche battute.
È proprio questa falsa semplicità a rendere il film così efficace. McDonagh sembra raccontare una storia lineare, ma continua a spostare il punto di vista e a rimettere in discussione ciò che lo spettatore credeva di aver capito.
Malkovich e Rockwell, una coppia straordinaria
Le interpretazioni sono magistrali e l’intero cast riesce a muoversi perfettamente dentro il particolare equilibrio creato dal regista. John Malkovich è semplicemente imperiale, perfetto nel restituire la stanchezza, l’arroganza e l’ambiguità di un uomo che ha trascorso una vita a custodire segreti e ora non riesce più a distinguere con certezza ciò che ricorda da ciò che ha dimenticato.
Accanto a lui Sam Rockwell conferma ancora una volta la propria capacità di trasformare personaggi apparentemente sopra le righe in figure sorprendentemente umane. La loro dinamica è uno degli elementi più riusciti del film e rende ogni confronto imprevedibile.
Ma il momento più intenso arriva nei dialoghi con la giovane militante cilena interpretata da Mariana Di Girolamo. Il contrasto tra il cinismo del vecchio agente e l’idealismo della ragazza permette a McDonagh di affrontare direttamente il tema della responsabilità politica, mettendo in discussione tanto il pacifismo quanto la convinzione di chi pensa che la violenza e il compromesso siano inevitabili.
E ancora una volta il regista evita di distribuire facilmente ragione e torto. Le simpatie dello spettatore vengono continuamente spostate, fino a rendere impossibile una lettura completamente rassicurante dei personaggi.
Tra Monument Valley e Isola di Pasqua
Visivamente McDonagh costruisce un immaginario che sembra mettere in dialogo due mondi lontanissimi. Da una parte l’America più mitica, quella della Monument Valley e dell’ombra di John Ford; dall’altra il Cile e, soprattutto, l’Isola di Pasqua, che assume progressivamente una dimensione quasi metafisica.
Non sono semplicemente paesaggi, ma due facce della stessa riflessione. L’America idealizzata convive con quella delle sue contraddizioni storiche, mentre l’isolamento geografico dell’Isola di Pasqua diventa quasi un’estensione dello stato mentale del protagonista.
Ed è difficile dimenticare l’immagine di Malkovich, solo nella notte, davanti ai cavalli. In quel momento il film sembra abbandonare per un istante il sarcasmo e la costruzione intellettuale per lasciare spazio a qualcosa di molto più fragile e universale.
Quando la commedia diventa emozione
Wild Horse Nine passa gran parte della sua durata a confondere le piste e a giocare con i falsi sembianti. Ma proprio quando sembra aver trasformato tutto in un sofisticato esercizio di scrittura, McDonagh riesce a far emergere un’emozione autentica.
È il punto d’arrivo di un film che parla di memoria, responsabilità e amicizia senza mai rinunciare alla propria ironia. Un’opera politica, ma anche profondamente umana, sostenuta da una sceneggiatura brillante e da un gruppo di interpreti in stato di grazia.
McDonagh dimostra ancora una volta di saper raccontare personaggi moralmente ambigui senza giudicarli e di trasformare conversazioni apparentemente leggere in confronti capaci di lasciare il segno. Wild Horse Nine è un film che nasconde molto più di quanto mostri e che, proprio quando sembrava averci convinto a non fidarci di nulla, riesce finalmente a emozionare.

