Arrested Memory

Con Arrested Memory, presentato Fuori Concorso a Venezia, SABU prende le coordinate del poliziesco e le trascina progressivamente verso il territorio della commedia surreale. Il protagonista è Lee, un ispettore di punta della polizia di Taipei che, dopo aver perso la propria squadra durante un’indagine, viene trasferito in una stazione di campagna. Tormentato dal senso di colpa e segnato dal trauma, Lee sviluppa un’amnesia che decide di tenere nascosta ai colleghi.

Quando gli viene affidato il caso del rapimento del figlio di un influente uomo d’affari giapponese, l’uomo dovrebbe mettere a frutto la propria esperienza investigativa. Il problema è che non riesce più a ricordare chi sia, cosa stia facendo e, soprattutto, perché si trovi in determinati luoghi. Mentre la sua memoria continua a svanire, Lee finisce coinvolto in una serie di situazioni sempre più improbabili, tra denaro trasportato senza sapere da dove provenga, criminali che lo scambiano per un complice e poliziotti incapaci convinti che stia facendo il doppio gioco.

Il risultato è un film rocambolesco, costruito su un ribaltamento continuo delle aspettative. Sabu non sembra interessato a seguire una logica narrativa rigorosa, ma a sfruttare l’amnesia del protagonista come un dispositivo comico capace di trasformare ogni scena in una sorpresa.

Dalla tragedia alla farsa

L’inizio sembra promettere un classico cop-thriller. La musica introduce però gradualmente una nota dissonante. Il tono serio dell’action movie comincia a incrinarsi, suggerendo che ciò che vediamo non sia esattamente quello che sembra. La svolta più evidente arriva con l’ingresso della coppia giapponese a cui è stato rapito il figlio. Le urla esasperate del padre, al limite del caricaturale, dichiarano l’arrivo della componente farsesca.

Da quel momento, Arrested Memory abbandona ogni pretesa di realismo e si trasforma in una commedia d’azione volutamente sgangherata. Il protagonista passa continuamente da un ruolo all’altro: prima sembra un boss criminale, poi un poliziotto traumatizzato, quindi un possibile traditore e infine una pedina inconsapevole di un piano più grande. Ogni informazione viene smentita poco dopo, ogni identità si rivela provvisoria e ogni situazione può degenerare in una rissa, una sparatoria o un malinteso.

L’assurdo come motore narrativo

L’amnesia di Lee non è soltanto una condizione psicologica, ma il vero motore della sceneggiatura. Il protagonista non ricorda perché sta trasportando una borsa piena di denaro, non sa spiegare il proprio rapporto con i criminali e non riesce a ricostruire gli eventi appena accaduti. Lo spettatore si trova così nella sua stessa posizione: anche noi siamo costretti a procedere per frammenti, intuizioni e informazioni contraddittorie.

Sabu sfrutta questa struttura per creare una catena di equivoci che si alimentano autonomamente. Lee viene inseguito da un gruppo di poliziotti tanto ottusi quanto aggressivi, mentre i rapitori del bambino sembrano incapaci di gestire il proprio stesso piano. Persino gli incontri casuali, come quello con una giovane donna intenzionata a togliersi la vita o il successivo ritrovarla in un nightclub, contribuiscono a rendere il racconto sempre più imprevedibile.

Il film funziona quando accetta fino in fondo la propria stupidità. Non cerca di nobilitare ogni gag o di trasformare l’action in qualcosa di più importante di ciò che è. La comicità è semplice, fisica e spesso sfrontata. Bot­te, urla, inseguimenti e sparatorie diventano strumenti per costruire un universo dove il caos è l’unica regola possibile.

Non è un’idea particolarmente innovativa, né una reinvenzione della commedia d’azione. Ma è una buona, rumorosa e consapevole “ignorantata”, capace di divertire proprio perché non pretende di essere altro.

Un equilibrio non sempre riuscito

Il principale limite del film riguarda però la commistione tra i diversi registri. Sabu passa dal thriller alla farsa con grande disinvoltura, ma non sempre riesce a mantenere un equilibrio preciso. Alcune scene sembrano appartenere a film differenti, mentre certi momenti più drammatici vengono interrotti da gag che ne indeboliscono l’impatto.

Anche il trauma di Lee rimane in secondo piano. Il senso di colpa per la perdita della squadra e la sua amnesia potrebbero costituire la base di un percorso di ricostruzione personale, ma il film preferisce utilizzarli soprattutto come strumenti per generare situazioni comiche. L’idea che, attraverso la perdita della memoria, il protagonista possa riscoprire una parte di sé dimenticata rimane quindi più dichiarata che realmente sviluppata.

Le numerose scene di urla isteriche possono inoltre risultare ripetitive, così come alcune gag sembrano prolungarsi oltre il necessario. L’azione, pur dinamica, non è sempre particolarmente spettacolare e manca talvolta dell’energia necessaria per trasformare il film in un’immediata sorpresa del genere.

Un divertimento senza pretese

Nonostante questi squilibri, Arrested Memory conserva una qualità fondamentale: è sorprendentemente divertente. La sua imprevedibilità produce una serie di situazioni che riescono a strappare risate proprio perché non sembrano seguire una direzione precisa. Ogni scena può cambiare improvvisamente tono, prospettiva o significato.

Il film trova la propria identità nella libertà con cui Sabu mescola generi e atmosfere. È un poliziesco che si dimentica di essere un poliziesco, una commedia che continua a mettere in scena sparatorie e inseguimenti, un racconto sull’amnesia che usa la perdita di memoria per liberarsi della logica tradizionale.

Ethan Juan sostiene bene questo meccanismo con una presenza fisica efficace e una recitazione capace di passare dalla serietà alla goffaggine. Accanto a lui, Hsieh Ying Xuan, Moon Lee, Shinichi Tsutsumi e Reika Kirishima contribuiscono a un ensemble volutamente sopra le righe, in cui anche i personaggi secondari sembrano intrappolati nello stesso vortice di confusione.

Una commedia d’azione riuscita a metà

Arrested Memory non inventa nulla di nuovo e non sempre riesce a rendere armoniosa la sua fusione di generi. La componente drammatica è poco approfondita, l’azione non è memorabile e alcune gag risultano insistite. Tuttavia, il film possiede un ritmo gradevole e una notevole capacità di sorprendere.

Sabu costruisce un’opera leggera, caotica e dichiaratamente assurda, che trova il proprio senso proprio nella rinuncia a qualsiasi pretesa di serietà. Non è un film destinato a diventare un punto di riferimento per il cinema d’azione, ma sa offrire un intrattenimento genuino, fatto di equivoci, corse, botte e identità continuamente ribaltate.

Un piccolo divertimento mattutino, forse diverso da quello che ci si aspetterebbe da un thriller poliziesco, ma capace di ricordare che, qualche volta, il cinema non ha bisogno di essere importante per funzionare. Deve soltanto riuscire a far ridere.

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