"Bunker"

Dopo The Father e il meno riuscito The Son, Florian Zeller torna alla Mostra del Cinema di Venezia con la presentazione in Concorso di Bunker, un dramma matrimoniale costruito attorno a una coppia interpretata da Penélope Cruz e Javier Bardem. Il film nasce da un’idea potenzialmente molto interessante: un magnate della tecnologia (Paul Dano) decide di costruire un rifugio sotterraneo per proteggersi da una possibile catastrofe, trasformando in paradosso la propria stessa fortuna, fondata sull’idea di connettere le persone.

Da una parte, dunque, c’è un uomo che si prepara all’isolamento assoluto. Dall’altra, una società sempre più segnata dalla paura del futuro, dalle minacce ambientali e dall’aumento delle disuguaglianze. Zeller sceglie però di affrontare questi temi attraverso una storia intima, concentrandosi sul rapporto tra due persone che, dopo anni di matrimonio, sembrano non riuscire più a riconoscersi.

Un matrimonio diviso da una linea

Il bunker diventa presto una metafora fin troppo evidente della distanza che si è aperta tra i protagonisti. La coppia vive in una lussuosa casa progettata dall’architetto Leander, un ambiente elegante e quasi astratto, dove ogni spazio sembra costruito per separare invece che per accogliere. La scenografia lavora costantemente sulla divisione: porte, pareti, corridoi e linee architettoniche sottolineano la frattura emotiva tra i due.

La composizione delle immagini è raffinata, ma anche piuttosto didascalica. Nel 2026, ricorrere ancora alla separazione visiva della coppia attraverso linee scenografiche rischia di apparire una soluzione già ampiamente esplorata. Il film insiste inoltre sulla propria simbologia, fino a renderla quasi impossibile da ignorare. Il bunker non è soltanto un luogo fisico, ma diventa il ritratto di un matrimonio chiuso, incapace di lasciar entrare aria, cambiamento e possibilità.

La riflessione sulle differenze di classe e sull’ipocrisia dell’alta borghesia rimane invece più superficiale. L’ambiente degli artisti e degli intellettuali, con il suo lusso apparentemente progressista, viene osservato con una certa ironia, ma senza che la critica sociale trovi davvero uno sviluppo autonomo. Tutto torna sempre al rapporto tra i due coniugi, mentre il mondo esterno resta soprattutto uno sfondo.

Bardem e Cruz, il cuore del film

Se Bunker riesce a mantenere una certa forza è soprattutto grazie a Javier Bardem e Penélope Cruz. I due attori portano sullo schermo una familiarità autentica, fatta di silenzi, esitazioni e piccoli gesti. La loro intesa non si limita alla chimica romantica, ma restituisce la complessità di una coppia che si conosce da troppo tempo per potersi nascondere davvero.

Bardem è particolarmente efficace nel dare forma a un uomo arrogante, fragile e bisognoso di controllo, convinto di poter proteggere sé stesso e gli altri attraverso il potere e il denaro. Il suo personaggio è respingente, ma non completamente privo di umanità. Cruz, invece, interpreta una donna più difficile da decifrare, il cui disagio nei confronti del bunker e del matrimonio rimane spesso avvolto nell’ambiguità.

Proprio questo aspetto rappresenta uno dei limiti principali della sceneggiatura. Il film chiede allo spettatore di comprendere una crisi matrimoniale che, dal punto di vista del personaggio di Cruz, non viene sempre sviluppata con sufficiente profondità. Il suo “non lo so” diventa una risposta ricorrente, ma non sempre convincente. Sarebbe stato necessario dare maggiore spazio alle ragioni del suo malessere, evitando che la sua insoddisfazione apparisse soltanto come una generica inquietudine esistenziale.

Quando le premesse iniziano a crollare

La prima parte di Bunker si regge su una scrittura solida, capace di costruire tensione attraverso il dialogo e la progressiva rivelazione delle dinamiche tra i protagonisti. Il film sembra voler giocare con la distinzione tra realtà e finzione, lasciando aperta la possibilità che ciò a cui assistiamo sia uno squarcio di verità, una rappresentazione o una sorta di esperimento meta-cinematografico.

Questa ambiguità, tuttavia, non viene sempre gestita con la stessa precisione. Nell’ultimo quarto d’ora alcune premesse importanti iniziano a perdere consistenza e diversi passaggi risultano poco credibili. Il film sembra cercare un’improvvisa svolta drammatica, ma finisce per indebolire proprio quella costruzione psicologica che aveva rappresentato il suo punto di forza.

È un peccato, perché il racconto avrebbe potuto concludersi mantenendo una maggiore coerenza con il tono precedente. La discussione finale, invece, è uno dei momenti più riusciti: finalmente il film abbandona le metafore più esplicite e lascia che i personaggi si confrontino direttamente, mettendo a nudo risentimenti, paure e desideri. In quel dialogo emerge una verità semplice ma efficace: per continuare ad amarsi, non basta proteggersi dal mondo. Bisogna anche trovare il coraggio di lasciarlo entrare.

Un dramma elegante ma troppo spiegato

Visivamente, Bunker è un’opera curata e spesso suggestiva. L’architettura occupa un ruolo centrale e contribuisce a creare un’atmosfera fredda, controllata, quasi claustrofobica anche negli spazi più ampi. Le immagini hanno una notevole precisione compositiva, ma la ricerca estetica tende a sottolineare continuamente ciò che la sceneggiatura sta già dicendo.

Il messaggio di fondo è condivisibile: non costruire bunker, non trasformare la paura in una forma di isolamento, non confondere la sicurezza con il controllo. Il problema è che il film sembra fidarsi poco della capacità dello spettatore di arrivarci da solo. La simbologia viene ripetuta, ribadita e infine spiegata anche attraverso i dialoghi, perdendo parte della sua forza.

Bunker resta quindi un dramma matrimoniale interessante, sostenuto da due interpreti di livello superiore e da una regia visivamente consapevole. Ma la riflessione sulle classi sociali, sull’individualismo e sulla paura del futuro rimane troppo spesso una cornice per una storia d’amore in crisi. Il risultato è un film elegante e a tratti coinvolgente, ma anche fin troppo programmatico, che trova la propria verità soltanto quando smette di spiegare e lascia parlare i suoi personaggi.

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