E se il ricordo della persona che ami fosse la prima cosa destinata a scomparire? È una domanda che fa un po’ spavento, perché tocca un punto scoperchiato della nostra crescita: il momento in cui ci rendiamo conto che gli affetti non sono immutabili e che qualcuno potrebbe non far parte del nostro futuro. Da questo spunto parte L’Isola dei Ricordi, il nuovo film d’animazione DreamWorks firmato da Joel Crawford e Januel Mercado. Dietro l’impianto fantasy e il folklore filippino, il film nasconde una storia molto concreta sul peso degli addii e sulla paura di dimenticare.
Jo e Raissa sono inseparabili fin da bambine. Cresciute nelle Filippine degli anni Novanta, condividono quella complicità assoluta fatta di sogni, segreti e storie popolari raccontate dalla nonna di Jo. Poi, come spesso accade, la vita adulta presenta il conto: Raissa deve partire per il college negli Stati Uniti. Quella che doveva essere un’ultima serata insieme si trasforma però in una deviazione inattesa a Nakali, un’isola enigmatica popolata da creature mitologiche. Qui le due amiche scoprono che la sfida vera non è ritrovare la strada di casa, ma fermare una nebbia invisibile che, un pezzo alla volta, sta cancellando i loro ricordi. E con essi, il motivo stesso per cui lottare per tornare.
Un mondo fantastico costruito sulla memoria
Visivamente, Nakali è un gran bel vedere. L’animazione non si adagia sui soliti stilemi e preferisce giocare con forme, colori e registri grafici diversi, trasformando l’isola in un organismo vivo che cambia di continuo. La componente mitologica, per una volta, non fa da semplice cornice decorativa o “quota esotica”: è il motore emotivo della storia.
Gran parte del merito va al valore culturale che il regista Januel Mercado porta nel progetto, sorretto da un cast vocale decisamente a punto (con H.E.R. e Liza Soberano a dare voce a Jo e Raissa, affiancate da Lea Salonga, Dolly de Leon, Dave Franco e Manny Jacinto). Il folklore qui diventa il filo conduttore che unisce la memoria personale delle protagoniste a quella di un intero popolo.
Quando l’abbondanza rischia di diventare rumore
Il problema principale del film sta semmai nella fretta. L’Isola dei Ricordi ha tantissime idee, forse troppe, e finisce per stiparle tutte in una corsa contro il tempo che lascia poco spazio al respiro. Tra battute fulminee, mostri che compaiono a ritmo continuo e cambi di registro continuo, si rischia a tratti l’effetto saturazione.
Ed è un peccato, perché quando l’azione rallenta e la camera si stringe su Jo e Raissa, il film trova i suoi momenti migliori. Il cuore del racconto non sta nei portali magici, ma nell’imbarazzo e nel dolore di due amiche che non sanno come gestire la distanza imminente. Il fantastico serve solo a rendere tangibile una sensazione astratta: la paura che il tempo trasformi un legame profondo in un semplice fatto del passato.
Il folklore come memoria delle proprie radici
Dove il film mette davvero a segno il colpo è nel modo in cui intreccia il tema della memoria a quello delle proprie radici. Le storie della nonna di Jo non sono favole per addormentarsi, ma il patrimonio genetico e culturale che la definisce come persona.
Attraversare Nakali e capirne le creature significa per Jo riappropriarsi della propria identità familiare. Non si tratta solo di salvare il ricordo di un’amica, ma di capire cosa resta di noi quando rischiamo di staccarci dalle nostre origini. È una sfumatura che dà un peso ben diverso a tutta l’avventura.
Cosa rimane quando i ricordi cambiano?
Certo, l’accumulo di gag e di comparse secondarie non sempre felicissime finisce per annacquare un po’ la carica emotiva generale. Ma quando il caos di fondo si spegne, il film centra il punto.
Lo fa senza retorica, mostrando due ragazze alle prese con una lezione amara ma inevitabile: voler bene a qualcuno non significa poterne trattenere la presenza fisica. Crescere vuol dire anche accettare che le strade si dividano, sperando che ciò che si è condiviso continui a lavorare dentro di noi.
Nelle sale dal 24 settembre, distribuito da DreamWorks, L’Isola dei Ricordi ci ricorda che i legami più importanti non si perdono davvero mai: cambiano forma e diventano la base di quello che saremo domani.

