Una semplice immagine, apparsa su 4Chan il 12 maggio 2019. Un corridoio anonimo, l’inquadratura leggermente storta, un giallo sbiadito che impregna moquette e pareti. Uno spazio sospeso, impossibile da collocare. È da lì che nasce Backrooms, molto prima di diventare un film: da un’idea vaga, disturbante, e proprio per questo potentissima.
Quell’immagine, inizialmente anonima, ha dato il via a un processo creativo collettivo che è tipico di Internet: una creepypasta che si espande, si stratifica, si codifica. Wiki, livelli, entità, regole. Un universo costruito pezzo dopo pezzo dagli utenti, che ha finito per dare forma a qualcosa che, per sua natura, forma non dovrebbe averne. Perché il vero cuore delle Backrooms è sempre stato uno solo: l’assenza di identità. La familiarità disturbante di luoghi che sembrano reali, ma che non lo sono mai davvero.
È qui che entra in gioco Kane Parsons. Tra i primi a intuire il potenziale visivo di questo immaginario, Parsons ha trasformato quel non-luogo in una serie found footage diventata virale su YouTube, attirando l’attenzione di A24. Il risultato è oggi un film che porta con sé un paradosso: rendere narrativo qualcosa che nasce per essere indefinito.
Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle Backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi…
Un horror che ridefinisce (ma divide)
Backrooms arriva nelle sale italiane il 27 maggio, consacrando Kane Parsons come uno dei registi più giovani e, allo stesso tempo, più interessanti del panorama contemporaneo. E senza esagerazioni: siamo davanti a un film che prova davvero a ridefinire i codici dell’horror recente. Ma è anche un film destinato a spaccare. Non esistono vie di mezzo: o si entra nel glitch, accettando le regole (o l’assenza di esse), oppure si resta fuori, spettatori disorientati.
Perché sì, Backrooms è prima di tutto un’esperienza. Una discesa in uno spazio che sembra reale ma si comporta come un sogno. O peggio, come un ricordo.
La sfida più grande del film è evidente: dare una struttura narrativa a qualcosa che nasce come puro spaesamento. E Parsons riesce nell’impresa solo in parte, ma in modo consapevole.
I personaggi – i cui protagonisti sono interpretati da Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve – esistono, hanno una funzione, ma finiscono per diventare estensioni dello spazio stesso. Non sono mai davvero protagonisti: sono presenze, riflessi, eco.
La dinamica tra psicologa e paziente diventa così un loop che si avvolge su se stesso, un continuo tentativo di trovare un centro che forse non esiste. Entrare nelle Backrooms diventa metafora di un percorso interiore: scavare dentro di sé, cercare una verità, e restare intrappolati nel momento in cui si capisce di non volerla davvero affrontare.
Il vero orrore: la mente
Se nella lore originale il terrore nasceva dal “non sapere”, qui assume una forma più concreta. Il disagio si materializza, si avvicina, schiaccia. Parsons lavora su memoria, trauma e percezione. Le stanze che si ripetono, che si deformano, che si frantumano, diventano immagini della mente umana: compartimenti che si aprono e si chiudono, ricordi che perdono definizione, identità che si dissolvono.
Non è un caso che la solitudine sia centrale. Ma non quella subita: quella scelta. Una solitudine cercata – dapprima – inconsapevolmente, che – successivamente – lentamente si trasforma in isolamento. È lì che si aprono le “porte sul retro”. È lì che si resta bloccati. E in quel momento, le Backrooms smettono di essere un luogo.
Diventano uno stato mentale.
Backrooms non è un film per tutti, e non vuole esserlo. È un esperimento che porta il linguaggio del web dentro il cinema, senza tradirne completamente la natura. Può risultare ostico, a tratti frustrante, ma è proprio in quella frattura che trova la sua forza. Perché, come il fenomeno da cui nasce, anche il film funziona meglio quando non cerca di spiegarsi. Quando resta sospeso.
Quando ti lascia lì, in un corridoio giallo, con la sensazione che qualcosa stia arrivando. E forse è già troppo tardi per tornare indietro.
Il compromesso necessario tra visione e accessibilità
Se, da una parte, la scelta di dare consistenza ai “mostri” potrebbe far storcere il naso ai puristi della lore originale, dall’altra risulta perfettamente coerente con il percorso narrativo costruito dal film. Tra web series e cinema è inevitabile scendere a compromessi: un’idea nata nella nicchia deve acquisire una concretezza narrativa per potersi aprire a un pubblico più ampio.
In questo senso, Parsons trova forse l’unico equilibrio possibile per non tradire l’essenza delle Backrooms, mantenendone intatta la loro natura più disturbante. Un elemento che emerge anche attraverso i dialoghi, e che richiede allo spettatore un’attenzione costante: “non sappiamo perché si stiano aprendo sempre più porte”. Una frase che diventa chiave di lettura dell’intero film, soprattutto se collegata ai temi dell’isolamento e della perdita d’identità.
Il glitch, allora, non è più solo un errore della realtà, ma un distacco consapevole da ciò che conosciamo, trasformandosi in un’indagine interiore. Perché è proprio nel trauma, e nel rifugiarsi al suo interno, che si spalanca l’ingresso nel proprio labirinto personale.

