Smart Working

Con Smart Working, Svevo Moltrasio torna alla regia dopo Gli ospiti e prova a mettere a fuoco uno dei cambiamenti più evidenti degli ultimi anni: il lavoro che si sposta dentro casa. Lo fa scegliendo la strada della commedia surreale, costruendo una storia che parte da una domanda molto semplice, ma anche molto concreta: cosa succede quando il lavoro smette di avere un confine?

Giuliano ha trovato il suo equilibrio nel lavoro da remoto. Le sue giornate scorrono lisce, lontane dall’ufficio, dalle dinamiche aziendali e da tutto quel rumore di fondo che spesso si portano dietro. Ma questo equilibrio inizia a incrinarsi quando i colleghi cominciano, uno dopo l’altro, a occupare il suo appartamento. Quello che era uno spazio personale diventa progressivamente un ufficio condiviso, dove la linea tra vita privata e lavoro si dissolve. È da qui che prende forma una commedia che osserva da vicino le contraddizioni del lavoro contemporaneo e il modo in cui finiamo per sacrificare tempo, spazio e relazioni in nome della produttività.

Una satira che va oltre lo smart working

La cosa più interessante del film è che non si ferma alla semplice satira dello smart working. Usa quella condizione come punto di partenza per allargare il discorso: quanto è difficile, oggi, difendere uno spazio davvero nostro? In questo senso, la casa del protagonista diventa qualcosa di più di un semplice ambiente: è un luogo che cambia, che viene invaso, che perde lentamente la sua funzione originaria fino a trasformarsi in una sorta di gabbia, anche se all’apparenza confortevole.

Maccio Capatonda gioca una partita diversa dal solito. Qui mette da parte gran parte del suo repertorio comico per costruire un personaggio più trattenuto, spesso passivo, quasi schiacciato da quello che gli succede intorno. Una scelta che può spiazzare, ma che è perfettamente in linea con il tono del film, più interessato al disagio e all’assurdo quotidiano che alla risata immediata.

Non tutto però fila liscio. La sceneggiatura fatica un po’ a trovare il suo ritmo, soprattutto nella parte centrale, e alcune linee narrative sembrano disperdere l’attenzione invece di rafforzarla. A tratti si ha la sensazione che il film resti sospeso tra più direzioni (commedia, critica sociale, racconto più intimo) senza scegliere davvero quale portare fino in fondo. Ed è proprio questa indecisione a limitarne l’impatto.

Quando il film trova davvero la sua voce

Eppure, quando Moltrasio si lascia andare di più sul lato surreale e personale, Smart Working tira fuori la sua identità migliore. Dietro le situazioni paradossali si intravede una riflessione piuttosto amara: il rapporto con il lavoro, oggi, è sempre più invasivo, sempre più difficile da contenere. E quella che chiamiamo flessibilità, spesso, è solo un altro modo per non staccare mai davvero.

Smart Working non è una commedia perfetta, e probabilmente non funzionerà allo stesso modo per tutti. Ma è un film che prova a raccontare il presente da un’angolazione leggermente diversa, trasformando qualcosa di estremamente quotidiano in un racconto surreale e, a tratti, anche inquietante. E in un panorama che spesso gioca sul sicuro, è già un punto a favore.

Smart Working è  al cinema dal 4 giugno con Vision Distribution.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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