Con Bucking Fastard, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Werner Herzog si confronta con una storia bizzarra e difficilmente classificabile. Al centro ci sono Jean e Joan Holbrooke, due sorelle interpretate dalle reali sorelle Kate e Rooney Mara, così legate da parlare all’unisono, condividere gli stessi sogni e innamorarsi dello stesso uomo. La loro esistenza sembra svolgersi secondo regole proprie, lontane da quelle della società e dalle conseguenze delle loro azioni.
Quando il rapporto con il donnaiolo Mr. Mulroney, interpretato da Orlando Bloom, sfocia in una serie di comportamenti sempre più estremi, le due finiscono sotto processo. Da quel momento, il film segue le loro avventure, i tentativi di reinserimento sociale e la ricerca di un luogo in cui poter vivere indisturbate, lontano dal giudizio degli altri.
L’idea di partenza è indubbiamente originale. Herzog costruisce due personaggi eccentrici, quasi fiabeschi, che sembrano appartenere a un universo parallelo. Il problema è che il film non riesce a trasformare questa premessa in una narrazione altrettanto solida.
Un film sempre più dispersivo
La sezione ambientata in tribunale è senza dubbio quella più riuscita. Herzog sfrutta il contrasto tra la rigidità delle istituzioni e il comportamento imprevedibile delle sorelle, creando situazioni surreali e momenti di comicità spesso irresistibili. Jean e Joan ridono nei momenti meno opportuni, si interrompono a vicenda e rispondono alle domande con una perfetta sincronia che rende ogni scambio sempre più assurdo.
Dopo il processo, però, Bucking Fastard perde progressivamente direzione. Le sorelle vengono emarginate dalla comunità e si trasferiscono in una zona isolata vicino a un porto, dove incontrano una serie di personaggi eccentrici e vivono episodi spesso curiosi, ma non sempre realmente significativi.
La presenza dell’assistente sociale Timothy, interpretato da Domhnall Gleeson, sembra inizialmente introdurre un possibile sviluppo. L’uomo cerca di convincerle a conquistare una maggiore autonomia, suggerendo loro di dividersi i compiti e di imparare a vivere anche separatamente. Sarebbe un’evoluzione naturale per la storia, soprattutto perché il loro legame, così assoluto, potrebbe diventare tanto una forma di protezione quanto una prigione.
Il film, tuttavia, non approfondisce davvero questa direzione. Le scene con Gleeson rimangono isolate e il suo personaggio appare sottoutilizzato, nonostante l’attore riesca a conferire umanità e delicatezza a ogni momento in cui compare. Le varie parentesi narrative finiscono così per accumularsi senza costruire un vero percorso drammaturgico.
Anche l’idea del tunnel scavato nella montagna per raggiungere le Orcadi sembra promettere una svolta più visionaria e metafisica. Herzog avrebbe potuto trasformare questo progetto in una metafora del desiderio di fuga delle sorelle, del loro rifiuto della società o della ricerca di un luogo mitico in cui poter essere finalmente accettate. Invece, il film si limita spesso a registrare la loro ostinazione, senza sviluppare fino in fondo le possibilità simboliche della situazione.
Kate e Rooney Mara, una coppia straordinaria
Se Bucking Fastard riesce comunque a mantenere l’attenzione, è soprattutto grazie alle sue protagoniste. Kate e Rooney Mara sono perfettamente sincronizzate, non soltanto nei dialoghi, ma anche nei movimenti, nelle pause, negli sguardi e nelle reazioni fisiche. La loro performance richiede un controllo notevole, perché basta una minima differenza nei tempi per compromettere l’illusione di una mente condivisa.
Eppure, proprio nelle piccole variazioni, emerge anche la personalità delle due interpreti. Rooney Mara tende a lavorare maggiormente sulla sottrazione, mentre Kate sembra accentuare alcuni aspetti più giocosi e infantili. Questa lieve differenza rende le sorelle più interessanti, perché impedisce loro di diventare semplicemente due figure identiche.
Il loro rapporto è continuamente divertente, anche quando la sceneggiatura si perde. Le due attrici riescono a trasformare ogni gesto in una gag e ogni dialogo in un piccolo esercizio di precisione. È una prova di grande complicità, capace di sostenere il film anche nei momenti in cui la storia smette di offrire motivi convincenti per proseguire.
Orlando Bloom interpreta con efficacia un uomo superficiale e opportunista, mentre Gleeson, come detto, è costretto a lavorare con un ruolo troppo marginale. Più interessante è invece il modo in cui Herzog introduce la volpe, una presenza che sembra riflettere la condizione delle sorelle, anch’essa sospesa tra addomesticamento e libertà. Il film, però, non sviluppa davvero questo parallelismo, lasciandolo a metà.
L’assurdo senza una vera evoluzione
È proprio questa la principale debolezza di Bucking Fastard: Herzog dissemina il film di idee, simboli e possibili direzioni, ma raramente li porta a compimento. La storia sembra suggerire una riflessione sull’individualità, sulla dipendenza reciproca, sul rapporto tra natura e società e sul desiderio di sottrarsi a ogni forma di giudizio. Tuttavia, questi temi rimangono spesso accennati.
L’assurdo, da solo, non è sufficiente a costruire un film. Può diventare uno strumento potente per osservare il mondo da una prospettiva diversa, ma deve essere sostenuto da una struttura, da un’evoluzione dei personaggi o almeno da una precisa coerenza interna. Qui, invece, l’eccentricità delle sorelle finisce per diventare un fine più che un mezzo.
Anche la regia di Herzog, pur riconoscibile nella sua attenzione per gli esseri umani ai margini e per il rapporto tra individuo e ambiente, appare meno ispirata del previsto. Il film conserva immagini suggestive e momenti di autentica stranezza, ma non riesce a trasformarli in un’esperienza davvero compiuta.
Una delusione più che un fallimento totale
Bucking Fastard è quindi un film curioso, irregolare e spesso frustrante. La sua originalità non può essere messa in discussione, così come la qualità delle interpretazioni di Kate e Rooney Mara, che rappresentano il vero motivo per cui vale la pena seguirlo. Le due sorelle sono memorabili, e la loro presenza riesce a dare energia anche alle sequenze più deboli.
Il resto, però, rimane troppo frammentario. Le sottotrame non conducono a sviluppi convincenti, i personaggi secondari vengono introdotti e poi abbandonati, mentre le metafore più interessanti non trovano una conclusione. Herzog sembra voler raccontare un universo completamente autonomo, ma finisce per lasciare lo spettatore senza una direzione precisa.
Il risultato è un’opera singolare, sostenuta da una coppia di interpreti straordinaria, ma incapace di trasformare una premessa brillante in un film davvero appagante. Una strana commedia dell’assurdo che, nonostante alcuni momenti riusciti, lascia soprattutto la sensazione di un’occasione mancata.

