The Basics of Philosophy

Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, The Basics of Philosophy segna il ritorno di Paul Schrader a uno dei suoi temi più ricorrenti: l’uomo isolato, incapace di fare i conti con la propria identità e con le conseguenze delle proprie azioni. Dopo Travis Bickle di Taxi Driver e i protagonisti tormentati di First Reformed e The Card Counter, il regista racconta questa volta John Jorissen, un professore di filosofia che insegna in un piccolo college del Midwest e sta scrivendo un libro su Spinoza.

Jorissen conduce un’esistenza apparentemente ordinata, divisa tra l’insegnamento, la scrittura e la relazione con Becca, una collega che vive con il figlio adolescente Willie. Dietro questa routine, però, si nasconde un passato che continua a tormentarlo. La morte del padre Melvyn riporta nella sua vita Miguel Basque, il figlio del giardiniere della famiglia, con cui Jorissen aveva avuto un rapporto durante l’adolescenza. Un episodio che il padre aveva cercato di insabbiare attraverso un accordo economico riemerge così nel presente, costringendo il protagonista a confrontarsi con la propria colpa.

Il problema è che Schrader sembra più interessato alla provocazione della premessa che alle sue conseguenze morali e psicologiche. Il film vorrebbe essere una riflessione sulla coscienza, sulla colpa e sulla possibilità del perdono, ma finisce per trasformare una materia complessa e delicata in un thriller dai risvolti sempre più artificiosi.

Una svolta narrativa difficile da sostenere

Per buona parte del primo atto, The Basics of Philosophy costruisce con una certa efficacia il ritratto di un uomo chiuso, distante e apparentemente incapace di vivere pienamente il proprio presente. Jack Huston interpreta Jorissen con una rigidità studiata, facendo emergere il disagio di un personaggio che sembra recitare continuamente il ruolo del professore rispettabile.

L’arrivo di Miguel al funerale del padre introduce una tensione interessante. Il passato non viene spiegato subito, ma suggerito attraverso frammenti e flashback, mentre il comportamento di Jorissen diventa sempre più ambiguo. La scelta di acquistare del Nembutal, un potente farmaco letale, sembra indicare un desiderio di espiazione, ma anche l’incapacità di affrontare apertamente ciò che è accaduto.

Schrader sembra voler mettere il pubblico davanti a una situazione moralmente insostenibile. Tuttavia, il film non riesce a elaborarla con sufficiente profondità. La provocazione rimane spesso fine a sé stessa, mentre la tensione lascia spazio a una sensazione di disagio che non viene trasformata in riflessione.

Una rappresentazione profondamente discutibile

L’aspetto più imbarazzante del film riguarda il modo in cui vengono accostati omosessualità e pedofilia. La storia sembra infatti implicare che il desiderio omosessuale del protagonista sia necessariamente legato alla sua condotta criminale, creando una sovrapposizione pericolosa e concettualmente irresponsabile.

Non si tratta soltanto di una scelta narrativa discutibile, ma di un’associazione che rischia di riproporre uno stereotipo omofobo tra i più vecchi e dannosi. Un film che dichiara di voler interrogare la morale, la colpa e la coscienza avrebbe dovuto essere molto più consapevole delle implicazioni di una simile rappresentazione. Invece, The Basics of Philosophy sembra utilizzare l’identità sessuale del protagonista come ulteriore elemento di scandalo, senza distinguere adeguatamente tra orientamento, abuso e responsabilità individuale.

Il risultato è una prospettiva non soltanto superficiale, ma anche profondamente fuorviante. Il film non sembra interessato a mettere in discussione il pregiudizio: rischia piuttosto di alimentarlo.

La filosofia resta sullo sfondo

Il riferimento a Spinoza e alla sua idea di Dio avrebbe potuto offrire al film una struttura teorica stimolante. Jorissen si domanda se le proprie azioni possano essere perdonate da una divinità che non concepisce il bene e il male secondo una morale tradizionale. È un punto di partenza potenzialmente ricco, soprattutto per un autore come Schrader, da sempre interessato al rapporto tra fede, colpa e autodisciplina.

Ma le domande filosofiche vengono progressivamente abbandonate. Spinoza rimane soprattutto un elemento decorativo, utile a definire il protagonista ma incapace di incidere davvero sullo sviluppo della storia. Le riflessioni sulla coscienza non diventano mai un confronto autentico con la colpa. Non c’è una vera dialettica tra pensiero e azione, né una messa in crisi delle convinzioni di Jorissen.

La filosofia avrebbe potuto complicare il giudizio sul personaggio, mostrando quanto sia difficile separare responsabilità, desiderio, vergogna e bisogno di espiazione. Il film preferisce invece semplificare, guidando lo spettatore verso una condanna sempre più esplicita. Le sue domande sembrano quindi perdere consistenza strada facendo, fino a lasciare spazio soltanto alla volontà di disturbare.

Un thriller che confonde profondità e provocazione

Dal punto di vista formale, The Basics of Philosophy conferma l’interesse di Schrader per ambienti chiusi, corpi immobili e personaggi prigionieri dei propri rituali. La regia mantiene una certa austerità, mentre la fotografia di Sean Price Williams lavora su spazi freddi e ordinati, capaci di riflettere l’isolamento del protagonista.

Tuttavia, la tensione stilistica non trova un corrispettivo nella scrittura. Il film vorrebbe essere insieme dramma morale, thriller psicologico e riflessione filosofica, ma non riesce a integrare davvero questi registri. La svolta centrale spinge la storia verso un terreno sempre più melodrammatico, mentre il finale in chiesa, con Miguel seduto tra i presenti e Jorissen costretto a confrontarsi con la propria immagine pubblica, cerca un’ambiguità che appare più costruita che autentica.

Il risultato è un’opera che sembra voler mettere lo spettatore a disagio, ma senza chiarire quale sia il senso di quel disagio. È una provocazione consapevole o una semplificazione involontaria? Una domanda che il film lascia aperta, e non nel modo più interessante.

Una delusione moralmente e cinematograficamente

The Basics of Philosophy parte da una premessa potenzialmente potente e da un protagonista perfettamente inserito nell’universo di Paul Schrader. Ma invece di approfondire il rapporto tra colpa, desiderio e coscienza, si accontenta di costruire un thriller sulla doppia vita di un uomo tormentato.

Le ambizioni filosofiche si perdono progressivamente, mentre la rappresentazione dell’omosessualità appare associata in modo imbarazzante alla pedofilia. Una scelta che non aggiunge complessità al racconto, ma rischia di riprodurre un pregiudizio senza metterlo realmente in discussione.

Resta un film formalmente controllato e sostenuto da alcune buone interpretazioni, ma troppo interessato a scioccare per riuscire davvero a riflettere. E quando la provocazione diventa più importante delle domande che dovrebbe generare, anche il senso di colpa finisce per sembrare soltanto un espediente narrativo.

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