Cime Tempestose

La trasposizione di Cime tempestose firmata da Emerald Fennell non è un ricalco filologico, ma una rilettura che si piega alle necessità del presente. In un’epoca in cui la rappresentazione tende a frammentare il discorso critico, Fennell compie un “tradimento”. Il passaggio dalla pagina allo schermo implica sempre una negoziazione con la nostalgia, e la scelta di affidare il ruolo di Heathcliff a Jacob Elordi scinde deliberatamente il personaggio dallo spazio-tempo tradizionale per calarlo in una modernità capitalista.

Qui la lotta di classe non passa più dal colore della pelle, ma dal peso del portafoglio. Non si tratta di un tradimento del senso originario, bensì di una traslazione: la discriminazione viene attualizzata, resa nuovamente leggibile. È proprio in questo slittamento che Cime tempestose dimostra di essere ancora vivo, capace di parlare del presente senza perdere la sua carica destabilizzante.

Qui il perché no.

Una storia d’amore che non salva, ma consuma

Va detto senza ambiguità: Cime tempestose non è una storia d’amore, almeno non nel modo rassicurante a cui il romanticismo ha educato il suo pubblico. È un’esplorazione radicale di passioni che non cercano redenzione, ma si alimentano di ossessione, rancore e desiderio di possesso.

Emerald Fennell intercetta questo nucleo oscuro e lo traduce in una collisione fisica, materica. La domanda che attraversava il romanzo del 1847 resta intatta: è meglio inseguire l’ascesa sociale o cedere a un amore percepito come degradante? In questa versione, però, il dilemma perde ogni patina simbolica e diventa viscerale, inscritto nei corpi, nelle ferite e nelle scelte che consumano i personaggi dall’interno.

L’estetica del fango contro la patina d’oro

Il film vive di una dicotomia sensoriale violenta, che riecheggia l’asprezza dei moors dello Yorkshire e la reinterpreta attraverso un linguaggio visivo profondamente contemporaneo. Colori, scenografie e costumi giocano un ruolo fondamentale nel rendere espliciti gli intenti della regista: nulla è neutro, nulla è puramente decorativo. Ogni scelta estetica diventa un segno politico.

La messa in scena oscilla costantemente tra citazionismo visivo e rielaborazione. È facile cogliere riferimenti che attraversano la storia del cinema, da Via col vento a Povere Creature. Non si tratta di un gioco di stile autoreferenziale, ma di un dialogo tra immaginari: Fennell utilizza icone visive del passato per smontarle, sporcarle, privarle della loro aura romantica e mostrarne le crepe.

In questo senso, la casa nativa di Cathy racconta molto più di quanto possa fare la semplice psicologia dei personaggi. La facciata asettica del rudere, dominata dal bianco e dal nero, restituisce l’idea di una ricchezza che lentamente si consuma, esattamente come il padre che sta dilapidando la propria fortuna economica. Più il consumo di alcol avanza, più la catasta di bottiglie vuote cresce; più il degrado domestico si fa evidente, più il sangue inizia a scorrere tra i campi della brughiera inglese.

Gli orli delle gonne si intingono nel fango e nel sangue, rendendo visibile la corruzione che attraversa anche l’animo di Cathy. La sua figura diventa il luogo stesso della contraddizione: più le inquadrature la osservano, più emerge la sua dualità. Testa e cuore restano divisi tra l’ambizione verso una posizione economica più alta e il desiderio carnalmente irrefrenabile di abbandonarsi tra le braccia di Heathcliff.

Non a caso, la distanza tra ricchezza e povertà diventa evidente anche nel tempo di percorrenza che separa la casa degli Earnshaw dalla dimora dei Linton. Se si presta attenzione al montaggio, il simbolismo emerge con chiarezza brutale. Cathy impiega pochissimo tempo, seppur a piedi, per colmare lo spazio che separa le due abitazioni: lo spazio si annulla quando i due giovani si incontrano a metà strada, come se il desiderio fosse in grado di sospendere le leggi sociali.

Heathcliff, al contrario, impiega un lasso di tempo apparentemente infinito per raggiungerla quando il climax della storia si avvicina al suo epilogo. La sua corsa a cavallo diventa interminabile, esattamente come il tormento che lo accompagnerà per tutta la vita, nonostante la tranquillità economica conquistata. Il capitale accorcia le distanze materiali, ma non salva dal dolore. In Cime tempestose, il tempo non è mai neutro: è una condanna.

La classe abietta è rappresentata dalla lotta nel fango, dal sudiciume, da una carnalità quasi animale. Qui il desiderio è sporco, reale, pulsante. L’opulenza, al contrario, si manifesta come una patina dorata, algida, plastica: uno spazio in cui la ricchezza diventa immobilità, dove il tempo sembra sospeso e i sentimenti vengono sterilizzati.

In continuità con quanto già iniziato in Saltburn, Fennell torna a interrogare la lotta di classe economica, ma compie un ulteriore passo avanti. Non si limita a rappresentarla: la sconquassa, trasformandola in un simbolo che attraversa i secoli, svincolato da un contesto storico preciso e capace di incarnarsi ogni volta in nuove forme di privilegio ed esclusione.

Tutto, all’interno di questo film, parla allo spettatore: gli spazi, i corpi, il tempo, il montaggio. Ne deriva un’aura potentissima, sospesa tra il desiderio di raggiungimento e la certezza della perdita.

Personaggi respingenti e modernità

Heathcliff e Catherine non sono mai stati figure da idealizzare, ma incarnazioni estreme di emozioni portate oltre il limite. Emerald Fennell rispetta questa natura respingente e moralmente ambigua, rifiutando qualsiasi tentazione conciliatoria. Non c’è compiacenza verso lo spettatore, così come Emily Brontë non ne aveva verso il lettore.

Quello che viene messo in scena è un viaggio nelle zone meno illuminate dell’animo umano, dove l’amore non è rifugio né promessa di salvezza, ma un incendio che consuma tutto ciò che tocca. I personaggi non chiedono empatia, ma confronto; non cercano assoluzione, ma esistenza.

Un’apocalisse intima

Questo Cime tempestose non cerca redenzione né pacificazione. È un mondo che implode lentamente, dove ogni tentativo di ascesa porta con sé una nuova forma di rovina. La ricchezza non salva, l’amore non redime, il tempo non guarisce: tutto ciò che resta è un moto perpetuo di desiderio e distruzione.

Emerald Fennell mette in scena un universo in cui vivere significa consumarsi, e in cui il capitale promette stabilità solo per rivelarsi un’altra gabbia. Heathcliff corre, accumula, conquista, ma resta intrappolato in un’ossessione che nessun successo economico può estinguere. Cathy, divisa fino allo strappo, incarna una modernità già condannata: scegliere tutto significa perdere tutto.

Questo Cime tempestose attraversa i secoli non per rassicurare, ma per ricordare che alcune ferite non si rimarginano mai. È un’apocalisse intima, che non distrugge il mondo, ma chi lo abita. Un collasso silenzioso, destinato a non finire mai.

Cime Tempestose arriverà nelle sale italiane il 12 febbraio, distribuito da Warner Bros. Pictures.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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