Il cinema francese torna a confrontarsi con una delle questioni lavorative più drammatiche del paese: le morti sul lavoro. Con “Grand Ciel” l’opera del regista giapponese Akihiro Hata (nato in Giappone ma formatosi cinematograficamente a Parigi), la Francia cinematografica ricalca ancora una volta i passi di una tradizione che da sempre sa guardare con occhio critico alle contraddizioni sociali del presente.
Il cemento che si sgretola
Nel gergo edilizio, il “cancro del cemento” descrive un processo di degrado strutturale che porta al cedimento dell’intero edificio. È una metafora que calza a pennello per questo film che esplora le crepe profonde di un sistema economico e sociale apparentemente solido ma intrinsecamente fragile, così come la vita di Vincent e i suoi colleghi, uomini vinti dalla vita che intendono fare gruppi visto che il sindacato e il loro capo non li protegge.
Una storia di scomparse e silenzi
Vincent lavora nei turni notturni del cantiere di Grand Ciel, un quartiere futuristico che promette di diventare una delle aree più avanzate d’Europa. Con un contratto temporaneo e il sogno di poter un giorno vivere in quello stesso “quartiere del futuro” con la compagna Camille e il figlio, Vincent rappresenta l’operaio precario di oggi, sospeso tra speranza e precarietà.
Quando iniziano le misteriose sparizioni degli operai, il film si trasforma in un thriller che mescola elementi di fantascienza, horror e cinema sociale. La metafora dietro alle sparizioni è quella di una classe sociale oppressa da una mole di lavoro eccessiva, scarse condizioni di sicurezza e dominata dall’avidità dei datori di lavoro e degli stessi dipendenti è talmente ovvia da risultare quasi superflua.
Il personaggio di Vincent l’ho trovato vero, con le sue paure e contraddizioni che sono caratteristiche degli uomini comuni. Ciò è visibile quando è il primo a schierarsi alla causa dei suoi colleghi scomparsi, ma appena viene incaricato come “capogruppo”, ecco che Vincent fa un passo indietro per non perdere tutto. Vincent diventa alleato e nemico dei suoi amici, abbandonandoli alla fine per poi tornare da solo solo quando non è più possibile fare nulla. Vincent, così, è rappresentante della società lavorativa di oggi che è vittima e carnefice allo stesso tempo.
La realtà dietro la finzione
Durante il Q&A al Festival di Venezia, il regista Akihiro Hata ha rivelato le radici autobiografiche del progetto: il film nasce da storie vere di operai morti sul lavoro, casi insabbiati nell’indifferenza generale, con sindacati spesso assenti e inoperosi. Questa dichiarazione aggiunge una dimensione di denuncia sociale che trasforma Grand Ciel da semplice thriller fantascientifico in un atto d’accusa contro un sistema che consuma letteralmente i suoi lavoratori.
Il film di Hata funziona meglio come ritratto di un microcosmo sociale che come costruzione del suspense. Al cineasta non interessa tanto concentrarsi su un’adeguata costruzione della tensione, né sulla risoluzione finale del mistero, che infatti è piuttosto affrettata, quanto invece indagare questo microcosmo buio, illuminato solo da fioche luci al neon, come un buco nero che non esita a “divorare” il primo malcapitato.
Il personaggio più riuscito è Saïd, interpretato da Samir Guesmi, l’unico ancora pienamente lucido, in grado di cogliere i giochi di potere cui deve sottostare. Diverso il discorso per Vincent di Damien Bonnard, la cui interpretazione risulta a tratti monocorde e il cui personaggio diventa progressivamente meno empatico.
Un cantiere di significati
L’ambientazione notturna del cantiere diventa il vero protagonista del film: uno spazio liminale dove il futuro promesso dal progresso tecnologico si scontra con la brutale realtà dello sfruttamento lavorativo.Le sparizioni misteriose diventano così una metafora potente di come il sistema capitalista contemporaneo possa letteralmente far “sparire” i suoi lavoratori, rendendoli invisibili tanto nella vita quanto nella morte. Interessante notare come loro lavorino sottoterra come se già da vivo fossero già sepolti, in quel maledetto -6 che vedrà morire. L’inquadratura finale è agghiacciante: tutti gli altri continuano a lavorare, intanto o menefreghisti, di ciò che è successo a Vincent e ai suoi colleghi. Come se loro li avessero subito dimenticati
Grand Ciel non è un film perfetto che rimane molto: la componente fantastica stride a volte con il realismo sociale, e la risoluzione del mistero appare troppo schematica. Tuttavia, riesce nel suo intento principale di fotografare un mondo del lavoro alienato e pericoloso, dove la solidarietà operaia è solo un ricordo e l’individualismo regna sovrano.

