I film di Natale. Non quelli belli, iconici, quelli che resistono dagli anni ’80 a oggi. No: parlo di quei titoli che spuntano da settembre a marzo su canali televisivi improbabili, sempre uguali a se stessi. Stessa trama, stessi attori, stessi colpi di scena. Quei film in cui sai già come finirà tutto, ancora prima che la bionda di città si trasferisca in campagna per un motivo mai del tutto spiegato.
Sono quei film che puoi iniziare la mattina, abbandonare a metà giornata e sostituire con un altro, per poi finirne un terzo la sera. Un’unica narrazione infinita interrotta solo da una spesa o da una veloce pausa in bagno.
Eppure li guardi. Anche se ti irritano. Perché i personaggi hanno la profondità di una formichina sotto una lente e ti accendono quel pizzico di cinismo utile a sopravvivere ai parenti serpenti che incontrerai di lì a poco.
La verità? Mi sono sempre chiesta se questi film piacciano davvero a qualcuno o se esistano solo per riempire il curriculum di qualche attore che oggi viene rilanciato da produzioni più ambiziose. A volte penso che persino loro rinneghino quelle pellicole, come Anna Kendrick che finge di non ricordare di essere stata l’odiosa Jessica di Twilight.
Sembra la classica roba che un manager ti fa girare per raggiungere l’assicurazione sanitaria entro fine anno. Alla fine, le bollette le devono pagare anche loro.
Perché li guardiamo? Una piccola analisi spietatamente sincera
Questo articolo nasce come sfogo. Un flusso di pensieri multistrato: io che guardo questi film, loro che li fanno, e chi — sorprendentemente — li trova anche gradevoli.
La formula narrativa è sempre la stessa: protagonista femminile, lavoro imprecisato, capo che la spedisce in missione stile “manoscritto di Il diavolo veste Prada”. Deve trovare l’albero più bello, il gossip più esclusivo, la location perfetta. Tutto ciò che un party planner respingerebbe a mani giunte.
Così la donna in carriera viene spedita dalla città alla campagna (spesso la sua città natale). Lì incontra il belloccio locale, con cui inizialmente litiga ma che ovviamente finirà per amarlo. Talvolta è il primo amore del liceo, guarda caso ancora in zona. In sintesi: lei è la cinica che ha lasciato le origini per fare carriera, lui è l’eroe stanziale che non si muoverebbe neanche per un terremoto.
E poi arriva il terzo incomodo. Sempre. Parte il triangolo amoroso, con effusioni soft e romanticherie che i due pretendenti utilizzano per conquistare la “preda”.
Quanti film ti vengono in mente? Scrivili pure nei commenti: potrei averli visti tutti, e nessuno di loro si discosta davvero da questa formula. A volte persino gli attori sono gli stessi, il che confonde ancora di più quando cerchi di raccontare la trama a un amico.
Ma il romanticismo che ci offrono… ci serve davvero?
La domanda che mi ha spinto a scrivere questo articolo è semplice: Noi abbiamo davvero bisogno di questo tipo di romanticismo?
Desideriamo davvero essere contesi da due bellocci che ci sollevano con un bicipite?
A me sembra triste. Non perché quel tipo di uomo non possa piacere, ma perché il modello amoroso proposto è povero, superficiale, costruito. La donna è spesso il premio da conquistare nella gara tra chi ha il sorriso più bianco o più soldi in banca.
Nelle commedie romantiche natalizie, l’amore è una moneta di scambio: favori, cortesie, attenzioni costruite. La protagonista — ingenua e “di città” — si scioglie tra le braccia del villico muscoloso. E io divento ancora più cinica.
Ma comunque: Buone Feste a tutti!

