Ci sono film che non si limitano a segnare un’epoca: la costruiscono, la codificano, la rendono riconoscibile anche a distanza di anni. Il diavolo veste Prada appartiene a questa categoria rara. Non solo per l’alchimia perfetta del suo cast (Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci), ma per la sua capacità di diventare grammatica culturale: un lessico condiviso fatto di battute, sguardi e simboli. Il ceruleo, su tutti, non è mai stato solo un colore, ma una dimostrazione di potere travestita da spiegazione.
Un ritorno che non vive di nostalgia
Tornare in quel mondo, a vent’anni di distanza, significava inevitabilmente confrontarsi con un’eredità ingombrante. Il diavolo veste Prada 2 sceglie di farlo senza nascondersi, evitando la trappola più facile: quella della nostalgia sterile. Il film non nega ciò che è stato, ma lo usa come punto di partenza per interrogarsi su cosa sia diventato oggi quel sistema e, soprattutto, su cosa resti della sua autorità.
La struttura narrativa riprende i suoi personaggi nel punto esatto in cui il tempo li ha lasciati sedimentare. Andrea Sachs non è più la giovane giornalista in cerca di legittimazione: è una professionista che ha costruito una propria identità, salvo ritrovarsi nuovamente attratta (o forse risucchiata) da quell’universo che un tempo l’aveva messa alla prova. Il suo ritorno a Runway non è un semplice espediente narrativo, ma un dispositivo di confronto: tra ciò che era e ciò che è diventata, tra un’idea di giornalismo e la sua trasformazione.
Miranda Priestly e il peso del presente
Al centro, però, resta Miranda Priestly. Ed è qui che il film compie la sua operazione più interessante. Miranda non cambia o meglio, lo fa meno di quanto cambi il mondo attorno a lei. È ancora impeccabile, ancora capace di dominare una stanza con una sola parola. Ma il sistema su cui esercitava quel dominio si è incrinato. L’autorità editoriale, un tempo verticale e incontestabile, oggi è frammentata, distribuita, continuamente negoziata. I social media, il fast fashion, la velocità dell’informazione hanno riscritto le regole del gioco.
Eppure, in questo aggiornamento, qualcosa si smussa. In alcuni momenti, sembra quasi che al personaggio vengano “segate le gambe”: non tanto in termini di presenza scenica, quanto nella libertà di essere davvero spietata, politicamente scorretta, iconicamente scomoda come la ricordavamo. È un effetto collaterale del tempo che passa, certo, ma anche di un contesto culturale che ha ridefinito i limiti del potere e del linguaggio. E quei vent’anni, lì, si sentono tutti.
Runway non detta più le regole
La crisi di Runway non è quindi solo economica o editoriale: è simbolica. È la crisi di un modello che non riesce più a imporsi come riferimento assoluto. E Miranda, per la prima volta, non è semplicemente temuta: è messa in discussione dal contesto stesso in cui si muove.
In questo equilibrio instabile si inserisce Emily Charlton, forse il personaggio che più di tutti incarna il passaggio di testimone tra vecchio e nuovo potere. La sua evoluzione non è solo narrativa, ma strutturale: rappresenta un’idea di influenza che non passa più necessariamente dall’editoria, ma da un sistema più ampio, economico, globale. Il suo confronto con Miranda non è mai esplicito, ma costante, sottotraccia, e proprio per questo efficace.
Il film, tuttavia, non si limita a raccontare il cambiamento dell’industria della moda. Fa un passo ulteriore, e qui trova il suo vero nucleo tematico: il giornalismo, in particolare quello culturale. Se nel primo capitolo la moda era il campo di battaglia, qui diventa quasi un pretesto per parlare di qualcosa di più ampio e più urgente.
Dal fashion al giornalismo: il vero tema del film
Il racconto si sposta progressivamente verso una riflessione sulla perdita di profondità dell’informazione. Gli articoli non sono più luoghi di analisi, ma prodotti da consumare rapidamente. Le riviste diventano oggetti ibridi, sospesi tra identità e sopravvivenza. I contenuti si adattano alle logiche della condivisione: devono essere immediati, visivi, sintetici. Devono funzionare.
In questo scenario, il giornalismo perde una parte della sua funzione originaria: quella di costruire senso. E il film, senza mai diventare didascalico, riesce a rendere tangibile questa trasformazione, inserendola nelle dinamiche narrative senza appesantirle.
Anche sul piano visivo, però, emerge una frattura interessante. Se nel primo film i costumi erano parte integrante del desiderio e costruivano un immaginario aspirazionale (quasi irraggiungibile), ma incredibilmente seducente; qui qualcosa si inceppa. Alcuni capi sartoriali risultano meno incisivi, meno “memorabili”. I costumi diventano, a tratti, una nota dolente: non evocano più quella voglia immediata di possesso, quel desiderio quasi irrazionale di entrare in quell’estetica.
Il dubbio resta sospeso: siamo di fronte a un’alta sartoria sempre più distante dal gusto popolare del prêt-à-porter, oppure a quel tipo di kitsch che, facendo il giro completo, torna a imporsi come forma d’arte? Probabilmente entrambe le cose. Agli esperti la sentenza. Ma una certezza c’è: quella giacca con le “nappine” difficilmente troverebbe spazio nel mio armadio, anche se me lo potessi permettere.
Un sequel che trova senso nel cambiamento
La regia di David Frankel mantiene un equilibrio solido tra eleganza formale e ritmo contemporaneo, mentre la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna dimostra una consapevolezza precisa: sapere quando guardare indietro e quando, invece, lasciar andare. I rimandi al primo film ci sono, ma non diventano mai il centro del discorso. Sono tracce, non appigli.
Naturalmente, non tutto funziona con la stessa intensità. Alcuni passaggi risultano più prevedibili, e in certi momenti il film sembra trattenersi, come se temesse di spingersi troppo oltre rispetto al proprio immaginario originario. Ma è quando smette di guardare indietro e affronta davvero il presente che trova la sua voce più autentica.
“Il diavolo veste Prada 2” è, in definitiva, un sequel che esiste perché il mondo è cambiato abbastanza da renderlo necessario, anche se non lo sembrava. Non è più solo un film sulla moda. È un film sui sistemi che producono valore, e su cosa accade quando questi sistemi si svuotano, si trasformano, o semplicemente smettono di funzionare come prima.
In questo senso, la sua domanda più forte non riguarda Runway, né Miranda, né Andrea.
Riguarda noi. In un’epoca in cui tutto è contenuto, tutto è immediato, tutto è condivisibile; cosa resta davvero degno di essere raccontato?

