il falsario

Arriverà in esclusiva su Netflix dal 23 gennaio Il Falsario, il nuovo film prodotto da Cattleya che affonda le mani negli anni Settanta italiani per raccontare una storia sospesa tra realtà e invenzione, verità storica e ambiguità narrativa. Presentato in conferenza stampa con il cast e i creatori, il film si propone come un racconto inedito di uno dei decenni più complessi della storia del Paese, visto attraverso lo sguardo di un personaggio laterale, sfuggente, quasi invisibile: Tony Chiarelli, il “falsario di Stato”.

A guidare il progetto è Stefano Lodovichi, regista chiamato a confrontarsi con un’epoca che non ha vissuto direttamente, ma che ha dovuto ricostruire attraverso documentazione, cinema e memoria collettiva. «Il Falsario nasce più di dieci anni fa da un’ossessione di Riccardo Tozzi», racconta Lodovichi. «Tony Chiarelli è un personaggio ambiguo, trasversale, che attraversa il dietro le quinte della grande storia senza mai occupare il centro della scena: fascisti, brigatisti, servizi segreti, il caso Moro. È ovunque, ma non si vede».

Proprio questa ambiguità diventa la chiave del film. Tony non prende posizione, almeno all’inizio. È un giovane talentuoso, superficiale, che vive ai margini della politica in un’epoca in cui essere neutrali era quasi impossibile. Fino a quando la sua storia personale incrocia la Storia con la S maiuscola, costringendolo a scegliere. «È un personaggio più grande della vita, un avventuriero», spiega Lodovichi, «ed è anche incredibilmente vicino al nostro presente».

A ribadire la distanza dal biopic tradizionale è lo sceneggiatore Sandro Petraglia, che chiarisce come il film si liberi consapevolmente dal vincolo della ricostruzione filologica. «Di Tony Chiarelli si sa tutto e il contrario di tutto. È di destra, di sinistra, criminale, banda della Magliana, Brigate Rosse. L’unica certezza è il falso comunicato numero 7 sul caso Moro. Da lì in poi, il nostro film immagina». Il Falsario diventail ritratto di un talento che si mette al servizio dell’ambizione, poi della politica, poi del potere. Una scalata che prosegue fino a perdere il controllo del gioco che ha contribuito a creare.

Accanto a Tony si muovono personaggi che incarnano le diverse anime di quegli anni. Edoardo Pesce interpreta Balbo, figura archetipica della criminalità romana. Mentre Claudio Santamaria dà corpo ai servizi segreti deviati, ispirandosi alle dinamiche dell’Ufficio Affari Riservati e alla lotta ideologica che mirava a impedire l’ascesa del Partito Comunista. «Non erano solo giochi di potere», spiega Santamaria, «ma una vera e propria battaglia politica».

Tra le figure più incisive emerge Donata, interpretata da Giulia Michelini, l’unico personaggio che sembra intuire per tempo il pericolo e scegliere di sottrarsi. Non una figura ispirata a una persona reale, ma una sintesi di molte donne di quell’epoca: ambiziosa, emancipata, capace di muoversi tra borgata e salotti borghesi. «È una donna moderna, contraddittoria», racconta Michelini, «ama, ma sa anche quando è il momento di fare un passo indietro per sopravvivere».

Il confronto con la politica di ieri e di oggi attraversa tutta la conferenza stampa. Pietro Castellitto, che interpreta Tony, riflette sulla differenza generazionale: «Quella generazione aveva la sensazione che le pagine della storia fossero ancora bianche. La mia, invece, vive dentro un libro già scritto». Una visione condivisa in parte da Lodovichi, che parla di una perdita di passione e di partecipazione, pur riconoscendo nuove forme di attivismo nelle generazioni più giovani.

Per Tini Andreatta, vicepresidente dei contenuti italiani Netflix, il fascino del progetto sta proprio nello sguardo inedito sugli anni Settanta: «Un decennio di contraddizioni, ma anche di energia, vitalità, desiderio. Raccontato attraverso giovani che arrivano dalla provincia pieni di sogni». Al centro del film, una domanda universale: che cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che desideri? Un interrogativo che riguarda tutti i personaggi e che risuona fortemente anche nel presente.

Chiude Riccardo Tozzi, fondatore di Cattleya, sottolineando come Il Falsario si inserisca in una lunga tradizione di racconti sugli anni Settanta, ma da una prospettiva diversa. «Non solo anni di piombo, ma anni di vitalità, di mobilità sociale, di libertà. Di giorno si manifestava, la sera si ballava. Era una Roma piena di giovani avventurieri. Questo non è mai stato raccontato davvero».

Il Falsario si presenta così come un film che usa il falso per interrogare il vero, un racconto pop e politico insieme, dove la storia d’Italia passa attraverso le crepe, le omissioni e le scelte imperfette di chi l’ha attraversata senza mai diventarne protagonista ufficiale.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

Related Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *