Jay Kelly, presentato in concorso a Venezia82 e in arrivo su Netflix il 5 dicembre, mescola commedia e dramma in un flusso di storie intrecciate, non sempre coerenti.
Noah Baumbach dirige George Clooney in un ruolo che è quasi una caricatura di sé stesso: una star di Hollywood in crisi di mezza età che decide di mollare un nuovo film per inseguire un’improbabile avventura con la figlia Daisy (Grace Edwards) in giro per l’Europa. Lo accompagna l’inseparabile manager Ron (Adam Sandler), mentre tra jet privati, treni lenti e incontri più o meno grotteschi con europei autentici, Jay prova a ritrovare un contatto con la realtà. Ma a complicare il viaggio ci sono i fantasmi familiari, in particolare il difficile rapporto con la figlia maggiore Jessica (Riley Keough), evocato da numerosi flashback. Attorno a loro ruota un cast corale che include Laura Dern, Emily Mortimer, Billy Crudup, Patrick Wilson e Greta Gerwig, tra agenti, pubblicisti e amici di vecchia data.
Clooney interpreta Clooney
George Clooney abbraccia senza troppe resistenze l’idea di prestare il suo volto a un alter ego glamour e nevrotico. Il suo Jay Kelly è allo stesso tempo affascinante e patetico, irresistibile con il pubblico ma incapace di gestire la vita privata. Alcune trovate sono divertenti – la sua smania di paragoni con Gary Cooper o De Niro davanti allo specchio, o l’eterna ricerca di un drink consolatorio – ma la sensazione è che il film non riesca a superare il limite dell’autoparodia. Clooney resta un interprete magnetico, ma qui appare prigioniero del gioco di specchi che il film stesso costruisce.
Adam Sandler, la rivelazione
Se c’è un vero motivo per guardare Jay Kelly, è Adam Sandler. Lontano dalle sue solite performance urlate, interpreta Ron con misura e malinconia, riuscendo a bilanciare comicità e vulnerabilità. Le sue telefonate disperate con la moglie Lois (Greta Gerwig) aggiungono un tono domestico e realistico che manca altrove. La sua intesa con Clooney sorprende: insieme sembrano davvero due colleghi consumati, complici e logorati dal tempo.
Un mosaico di storie dispersive
Baumbach ed Emily Mortimer imbastiscono una sceneggiatura piena di sottotrame – amici ritrovati, pubblicisti, hairstylist, europei eccentrici, drammi familiari – che si accumulano senza trovare uno sbocco soddisfacente. Ogni arco narrativo sembra promettere uno sviluppo, ma resta sospeso o abbandonato. Questo crea un effetto dispersivo che rende difficile affezionarsi davvero a qualcuno oltre ai due protagonisti.
Tra meta-cinema e cartolina europea
Il film riflette sullo scollamento tra fama e quotidianità, sulla difficoltà di vivere la normalità quando si è intrappolati in un ruolo pubblico. Baumbach, però, appare meno ispirato rispetto ad altri suoi lavori: Jay Kelly oscilla tra satira e malinconia senza mai affondare davvero il colpo. Bella la fotografia, che sfrutta con gusto le ambientazioni europee – con una conclusione tra le colline senesi dal sapore agrodolce – ma la regia sembra più compiaciuta che incisiva.
Tra autocelebrazione e malinconia
Jay Kelly è un film elegante, ben recitato e capace a tratti di divertire, ma resta vittima del suo stesso pretesto. Clooney interpreta una versione di sé che diverte ma non sorprende, mentre Sandler emerge come il vero MVP, confermando la sua versatilità. Il problema è la domanda che aleggia dall’inizio alla fine: serviva davvero un film così, sulle crisi esistenziali di un milionario bianco americano di mezza età? Probabilmente no. Eppure, nonostante le ridondanze e i limiti, resta un’opera che riflette con ironia e amarezza su come il successo possa isolare e deformare il senso stesso della realtà.

