JVLIA rompe il silenzio con Bend & Break: “Non voglio essere salvata, voglio essere compresa”

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C’è chi scrive canzoni per consolare e chi, come JVLIA, le usa per squarciare il silenzio. Il suo nuovo singolo Bend & Break, uscito l’11 luglio, è un’autopsia emotiva che non cerca colpevoli né redenzioni: è il grido lucido di chi ha smesso di chiedere il permesso di esistere. Altro che ballate sul dolore: qui si parla di un’identità che si spezza, sì, ma solo per risorgere più feroce.

Calabrese di origine, cosmopolita d’istinto, JVLIA è un progetto che si muove tra pop, elettronica e un punk esistenziale che taglia via ogni filtro: la voce arriva cruda, i synth graffiano, la batteria pulsa come un cuore ostinato. Dopo VAGO, con Bend & Break alza la posta, e lo fa senza concessioni.

L’abbiamo incontrata per farci raccontare come si sopravvive a un sogno che evapora, e come si può trasformare la crepa in uno spazio da abitare. Perché, a volte, la fragilità è solo il modo più onesto di urlare che si è ancora vivi.

Per chi ancora non ti conosce: chi è Jvlia, in tre parole?

«Fuoco, vivo, ardente».

“Bend & Break” è visto come un “significativo spostamento artistico” per te. In che modo senti che questo singolo ti ha permesso di evolvere come artista rispetto ai tuoi lavori precedenti?

«Ti dico la verità, non lo so con certezza. Ogni cosa che scrivo è una forma di evoluzione, perché ogni brano nasce da un nodo interiore che sento il bisogno di sciogliere. Scrivere, per me, significa affrontare e superare qualcosa. La differenza più evidente, però, è che Bend & Break è il primo brano in inglese che pubblico, ed è un passo importante perché mi permette di aprirmi, almeno idealmente, anche a un pubblico internazionale».

Con “Bend & Break”, che tipo di dialogo speri di aprire con il tuo pubblico, dato questo contesto?

«Come sempre, spero di aprire un dialogo sincero. Non ho paura di mostrare le mie vulnerabilità, non mi interessa sembrare forte, preferisco essere vera. Credo sia lì che nasce davvero la connessione. Mi piacerebbe che chi ascolta si rivedesse nei miei testi, che si sentisse compreso dalle mie parole, proprio come succede a me quando ascolto gli artisti che amo. Se anche solo una persona si sente meno sola,
allora ha senso tutto».

La fusione di pop, rock, elettronica e punk esistenziale rende il brano unico. Come hai lavorato per far sì che questi generi convivessero armonicamente senza che uno prevaricasse sull’altro?

«Penso che ogni artista sia inconsciamente contaminato da ciò di cui si nutre, ho lasciato che tutte le mie diverse influenze parlassero tra loro, il risultato è venuto da sé, istintivo, ma coerente. Ogni elemento ha trovato il suo spazio senza dover schiacciare gli altri».

Se potessi scrivere una canzone per un film, un videogioco o una serie tv quale sarebbe?

«Probabilmente una commedia romanticamente drammatica e strappalacrime come Eternal Sunshine of the Spotless Mind».

La sua musica è il grido lucido di chi ha imparato a sopravvivere alle proprie crepe, trasformandole in forza. In un panorama musicale spesso anestetizzato, la sua voce è una scossa necessaria. E se questo è solo l’inizio, non possiamo fare altro che restare in ascolto.

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