The Bride! è un film che ti prende e ti trascina dentro un vortice di immagini, suoni e sensazioni. È caotico, frenetico, folle, onirico. Non è fatto per piacere a tutti, ma chi lo ama, lo amerà con la stessa intensità con cui il mostro sogna balli e melodie nel suo cuore patchwork.
Siamo in una Chicago anni ’30, tra flappers girl e vicoli infiammati dalla mafia, dove la corruzione dilaga come fiume e le sparizioni di donne sono all’ordine del giorno. L’atmosfera di proibizionismo e repressione fa da sfondo a un musical criminale che è anche una riflessione sulla solitudine, sul desiderio e sul potere di creare e distruggere.
Due protagonisti come simboli e cardini dell’estetica del film
Siamo davanti a due protagonisti che diventano il cuore e l’anima dell’intera estetica del film: cocci rotti, assemblati e rimessi insieme, costretti a vivere per capriccio.
Frank (Christian Bale), il mostro, non esiste per amore o compassione. Frankenstein lo ha messo in vita per mero esercizio di stile, perché poteva farlo, perché gli annoiava la propria immortalità. Un atto divino senza responsabilità, una metafora della creazione umana svuotata di morale, fatta per soddisfare il desiderio di colui che crea. Elementi che si riflettono nella passione per le arti che caratterizza Frank. Il mostro, infatti, è cultore delle arti e del cinema in particolar modo. La sua ossessione nei riguardi di Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal), così come i momenti onirici in cui si rivede come protagonista dei film interpretati dall’attore, evidenziano non solo il suo amore per quest’arte, ma anche il senso di riscatto. L’arte che nobilita l’animo umano è stata un mezzo di riscatto per Reed che, affetto da polio, è cresciuto con una gamba più corta dell’altra.
Diventa, quindi, pasi paradossale il mezzo di contrasto che si crea tra Frank e il resto dell’umanità (degli uomini in particolar modo). Lui è mostro esteticamente, ma il suo bisogno d’amare e la sua sensibilità gli permettono di elevarsi e di essere umano più di chiunque altro.
Ida, la sposa, nasce esattamente nello stesso schema: progettata per appagare la solitudine di “Abramo”, per compiacerlo, per offrirgli un’illusione di compagnia. È un tema che ricorre continuamente nell’horror: estrarre una parvenza di umanità dai mostri, tentare di trasformare la materia in sentimento. Ma The Bride! strappa questo cliché e lo sovverte. Nonostante ciò, il consenso sarà la chiave di volta del loro intero rapporto. Sarà, infatti, Frank l’unico a dare i suoi spazi e a spingerla a trovare la propria voce nonostante le bugie iniziali. Anche nell’atto sessuale sarà Ida a prendersi i suoi spazi e a prendere l’iniziativa.
La solitudine come motore della violenza e della creazione
La solitudine è ciò che annichilisce l’intelletto umano. In suo nome si compiono stragi, si costringe l’altro a stare al nostro fianco, si annullano personalità riducendole a ruoli predefiniti: “sposa”, “compagna”, “completamento dell’io”.
Ida, invece, rompe questi schemi. Con la sua nascita cerca di sovvertire le gerarchie della creazione, guidata quasi dallo spirito stesso di Mary Shelley, che riecheggia nel film come voce silenziata dalla storia e dalla malattia mentale che l’ha portata via troppo presto. La sua lotta diventa un grido: cosa fare per sovvertire gli equilibri sociali? Diventare la voce che urla più forte, che reclama autonomia, identità e desiderio proprio. Ciò lo si risente nel suo linguaggio e nel suo vomitare parole. Persino lo schizzo sul volto, che diventa simbolo di ribellione, è segno di quanto l’inchiostro le scorra nelle vene. Lei è la reincarnazione dello spirito della stessa Shelley. Un messaggero di rivolta e ribellione che fa della parola la sua arma più potente e tagliente. La lingua, o al plurale è anche meglio, è segno di tutte le voci troncate e mai ascoltate.
Non a caso, uno dei climax più emotivi, in grado di far insorgere anche gli spettatori, è dato dal momento in cui lei urla i nomi di tutte le donne sparite per mano di Lupino.
Caotico, punk e metacinematografico
The Bride! non si limita a raccontare una storia: è un’esplosione di riferimenti, citazioni, e caos visivo. Jessie Buckley è Ida, esplosiva, anarchica, assolutamente viva. Annette Bening è Euphronious, scienziata che gioca con la vita e la morte come fosse un laboratorio punk. Christian Bale è il Frankenstein che sogna musical e vita ordinata, mentre tutto intorno implode in inseguimenti, spari, balletti e momenti surreali.
Ogni scena è un mosaico di cinema e letteratura: mostri classici, gangster movie, Bonnie & Clyde, Mary Shelley stessa. Il film è un collage continuo, un vortice che sfida lo spettatore a perdere il controllo e abbracciare il caos, perché lì risiede la sua bellezza più potente.
Persino il personaggio di Myrna Malloy (Penélope Cruz) è un continuo rimando. Già il nome suggerisce riferimenti metacinematografici ad attrici diventate simbolo del femminismo. Così come la sigaretta che fuma o il ruolo da “segretaria” in cui è relegata solo perché donna. Il suo cervello passa in secondo piano; il suo acume investigativo è subissato da uomini dall’ego fin troppo tronfio per poter prendere ordini da lei. Una femme fatale che strizza l’occhio al genere, ma che ritrova in questa storia il suo epilogo più felice.
Un film che spacca, divide e sorprende
The Bride! è imperfetto, a tratti sconclusionato, eppure irresistibile. Un’estetica interessante che non è un mero esercizio di stile, ma funzionale nella realizzazione delle idee. Certo, forse ogni tanto il film inciampa e tentenna nella sua esecuzione, ma riesce ad essere colto e formidabile. Comunica più di quanto altre pellicole siano state in grado di fare. Uno schiaffo morale che riesce a scuotere le menti pronte a coglierne gli aspetti più celati.
È un Frankenstein musicale, onirico e femminista, dove la follia e la ribellione diventano linguaggio cinematografico. Ida prende finalmente il controllo della propria storia, e il film, tra musica, sangue e danza, diventa un manifesto: la creazione può essere un atto di dominio, ma la ribellione può restituire libertà e voce. In cui il “preferirei di no” diventa affermazione della propria volontà.
Quando le luci si spengono, il brivido resta. Perché questo è un film che non si dimentica e non smette di provocare, divisivo e geniale, un collage folle che parla di solitudine, desiderio e potere.

