Con The Face of Horror, Anna Biller torna dietro la macchina da presa a dieci anni di distanza da The Love Witch, confermando una sensibilità cinematografica fortemente legata alla ricostruzione estetica, alla contaminazione tra generi e a una riflessione sulle dinamiche di potere tra uomini e donne. Il film trasporta la celebre storia di fantasmi giapponese Yotsuya Kaidan nell’Inghilterra del XIV secolo, trasformandola in un melodramma gotico fatto di matrimoni infelici, tradimenti e vendette.
Al centro della vicenda ci sono Eleanor, interpretata da Kristine Froseth, e sua sorella Beatrice, a cui presta il volto Ellie Bamber. La prima è una giovane donna bella e ingenua, che trascorre le proprie giornate fantasticando sull’amore davanti a uno specchio dorato; la seconda, altrettanto avvenente, è più razionale e consapevole dei pericoli che la circondano. La loro vita cambia quando il cavaliere Edward (Jonah Hauer-King), respinto dal padre di Eleanor nella sua richiesta di matrimonio, lo uccide. Il suo amico Richard (Leo Suter) elimina a sua volta il marito di Beatrice, permettendo ai due uomini di sposare le sorelle e impossessarsi delle loro proprietà.
Nonostante gli avvertimenti sulla natura maledetta delle nozze, Eleanor e Beatrice accettano, convinte che la protezione garantita da un marito sia preferibile a una vita senza sostegno economico e sociale. Ben presto, però, le promesse dei due cavalieri si rivelano menzogne. Mentre Eleanor si ritrova sola a occuparsi del figlio appena nato, trascurata da un marito sempre più distante, Beatrice rifiuta di condividere il letto con Richard finché questi non avrà vendicato la morte dei suoi familiari. Quando Edward incontra Isabel (Bella Heathcote), una nobildonna insoddisfatta del proprio matrimonio, si apre la strada a una nuova relazione clandestina e a un’escalation di inganni e violenza.
Un’estetica sontuosa tra gotico e cinema classico
Il primo elemento che colpisce di The Face of Horror è la sua identità visiva. Biller costruisce un universo cinematografico estremamente riconoscibile, nel quale ogni dettaglio sembra studiato per evocare un immaginario d’altri tempi. La fotografia su pellicola 35 mm valorizza una palette cromatica vivace, con colori saturi e composizioni quasi pittoriche. Gli interni sono ricchi di dettagli e i costumi, realizzati con grande cura, contribuiscono a definire l’identità estetica del film. Anche la colonna sonora accompagna efficacemente le immagini, creando un’atmosfera sospesa tra romanticismo e inquietudine.
Il problema è che questa ricercatezza non trova sempre un corrispettivo nella capacità di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Le immagini sono spesso magnifiche, ma sembrano procedere su un binario parallelo rispetto alla storia, senza riuscire a compensare le debolezze della sceneggiatura. The Face of Horror è, in questo senso, un film decisamente più riuscito da guardare che da vivere.
Un messaggio femminista troppo esplicito
La scelta di adattare Yotsuya Kaidan, uno dei racconti di fantasmi più celebri della tradizione giapponese, all’Inghilterra medievale offre a Biller una base narrativa ricca di possibilità. La storia di tradimento, crudeltà e vendetta si presta naturalmente a una rilettura gotica, nella quale il soprannaturale si intreccia con la violenza dei rapporti personali.
Il film affronta temi importanti: le donne dipendono economicamente dagli uomini, il matrimonio rappresenta uno strumento di sopravvivenza e la religione contribuisce a legittimare un sistema dominato dall’autorità maschile. Tuttavia, Biller tende a sottolineare queste dinamiche in modo insistito, privando la storia di ambiguità. I dialoghi non si limitano a mostrare le contraddizioni del contesto medievale, ma sembrano volerle spiegare direttamente allo spettatore, ribadendo concetti già evidenti nelle azioni dei personaggi.
È soprattutto qui che l’approccio femminista della regista mostra i propri limiti. La critica al patriarcato e alla subordinazione femminile è condivisibile, ma la sua formulazione appare spesso didascalica, quasi come se Biller temesse che il pubblico non colga un messaggio già chiaramente espresso dalla vicenda. Il film, dunque, rimane spesso sospeso tra tragedia e parodia: da una parte cerca la solennità del racconto classico, dall’altra ammicca allo spettatore con commenti che spezzano il coinvolgimento. La storia finisce così per essere subordinata alla necessità di esplicitare la propria tesi, anziché lasciare che siano gli eventi a darle forza.
Un ritmo eccessivamente dilatato
La sceneggiatura non è l’unico ostacolo. Con una durata di due ore, The Face of Horror procede con una lentezza che rende la visione faticosa.
Quando la vicenda entra nella sua fase più drammatica, con l’intensificarsi degli inganni e l’avvicinarsi delle conseguenze più tragiche, ci si aspetterebbe un crescendo capace di accompagnare lo spettatore verso il finale. Biller mantiene invece una cadenza pressoché invariata, anche quando gli eventi richiederebbero maggiore tensione. Le scene si dilatano, i dialoghi si prolungano e numerose sequenze tornano su conflitti e informazioni già stabiliti, senza aggiungere elementi significativi allo sviluppo dei personaggi.
Una delusione elegante
The Face of Horror presenta qualità indiscutibili: la cura della ricostruzione visiva, la fotografia su pellicola, i costumi e la colonna sonora dimostrano una notevole personalità autoriale. Anche l’idea di recuperare una storia classica dell’orrore giapponese per affrontare la subordinazione femminile e la violenza patriarcale avrebbe potuto dare vita a un’opera stimolante.
Il film, tuttavia, non riesce a trasformare queste premesse in un’esperienza altrettanto convincente. Il ritmo eccessivamente dilatato, i dialoghi didascalici e un tono sospeso tra tragedia e ironia indeboliscono la narrazione. La regia sembra talvolta più interessata a mostrare la propria consapevolezza dei meccanismi del genere che a utilizzarli per costruire una storia davvero coinvolgente.
Anna Biller conferma di essere una cineasta dalla visione precisa e riconoscibile, ma The Face of Horror dimostra anche come un’estetica ricercata e un messaggio condivisibile non siano sufficienti quando la sceneggiatura fatica a trovare il proprio ritmo e i personaggi restano intrappolati nelle funzioni loro assegnate. Le interpreti fanno del loro meglio e le immagini conservano un fascino indiscutibile, ma è difficile lasciarsi coinvolgere da una vicenda che insiste sulle proprie idee senza riuscire a trasformarle in un dramma incisivo.
Bello da vedere, ma troppo lento, didascalico e artificioso per risultare davvero coinvolgente, The Face of Horror finisce per essere un’occasione mancata: una storia di fantasmi e vendetta che avrebbe potuto trasformare il proprio immaginario gotico in una tragedia potente, ma che rimane intrappolata tra la bellezza delle immagini e l’insistenza del proprio messaggio.

