Toy Story 5 Conferenza stampa
Foto di Valerio Brandi

Roma accoglie Toy Story 5 non solo come un nuovo capitolo di una saga iconica, ma come un vero e proprio specchio del nostro tempo. Alla conferenza stampa italiana, tra risate, nostalgia e riflessioni profonde, il cast creativo e le voci italiane hanno raccontato un film che parla di bambini, ma soprattutto agli adulti.

Sul palco, il Chief Creative Officer Pixar Pete Docter, la produttrice Lindsey Collins e le voci italiane, da Katia Follesa a Federico Basso, fino a Sal Da Vinci, hanno costruito un racconto corale che va ben oltre il film.

Qui le interviste al cast:

L’immaginazione contro lo schermo

Il cuore di Toy Story 5 è uno scontro silenzioso ma potentissimo: quello tra immaginazione e tecnologia.

“L’immaginazione è ancora la base di tutto quello che facciamo”, racconta Lindsey Collins, sottolineando come il film voglia riportare lo spettatore “dentro la testa di Bonnie, per far sentire cosa significa davvero immaginare”.

Una visione condivisa anche da Pete Docter, che aggiunge: “Immaginare è il cuore del nostro lavoro e lo sarà finché esisteranno gli esseri umani”. Ma questa volta il conflitto è più diretto: un tablet, Lilypad, entra nella vita della bambina, mettendo in discussione il ruolo stesso dei giocattoli.

Il tema non è mai trattato in modo semplicistico: non c’è una condanna netta, ma una riflessione. “La tecnologia non va demonizzata, bisogna trovare un equilibrio”, emerge più volte dagli interventi del cast italiano.

Eppure, il film lancia un messaggio chiaro, racchiuso anche in una delle battute più forti: il rischio che lo schermo “rubi tempo”.

“È un film che chiama in causa tutti, soprattutto i genitori”, sottolinea Federico Basso, evidenziando come il racconto spinga a interrogarsi sull’uso quotidiano dei dispositivi.

Il tempo, la nostalgia e ciò che stiamo perdendo

Durante l’incontro, il discorso si allarga inevitabilmente alla vita reale. E qui il tono si fa più personale.

Katia Follesa parla senza filtri: “Con la tecnologia abbiamo perso un po’ di autenticità, quella voglia di scoprire e di fare fatica”.

Un pensiero condiviso anche da altri protagonisti, che ricordano un mondo fatto di mappe, errori, tentativi. “Una generazione che non si perde mai”, viene detto, “forse perde qualcosa di altrettanto importante”.

E poi c’è la nostalgia, quella più emotiva. Sal Da Vinci lega il film alla propria esperienza familiare: “Bisogna vivere con il cuore nel passato e la testa nella modernità”.

Uno degli elementi più affascinanti della saga è la sua capacità di evolversi nel tempo. Non solo narrativamente, ma anche emotivamente. “Lasciamo che il tempo passi davvero”, spiega Lindsey Collins. “I personaggi vivono il presente insieme a noi”.

Pete Docter aggiunge con una metafora ironica: “Sono come piccoli vampiri: non invecchiano, ma il mondo intorno a loro sì”.

È proprio questo che permette a Toy Story 5 di parlare a più generazioni contemporaneamente: bambini, genitori e anche nonni.

Il capitolo più “adulto” della saga?

Tra le domande della stampa emerge un tema interessante: questo è forse il Toy Story più “oscuro”?

La risposta è netta: non si tratta di oscurità, ma di posta in gioco più alta. “Per la prima volta i giocattoli sono preoccupati per la bambina”, spiegano i filmmaker.

Non più solo rivalità o gelosie, ma qualcosa di più profondo: la crescita, la solitudine, la difficoltà di trovare il proprio posto.

C’è un filo rosso che lega tutta la saga, e che oggi appare ancora più attuale. “Tutti possono identificarsi nel bisogno di essere scelti”, riflette Pete Docter, collegando il tema a dinamiche universali, dalla famiglia al lavoro. Ma con l’ingresso della tecnologia, la sfida diventa ancora più complessa: “Quando dai uno schermo a un bambino, hai già perso”, ammette Collins con sincerità.

Ecco perché il conflitto di questo capitolo è il più grande mai affrontato dai giocattoli.

Un film che resta, anche fuori dalla sala

Alla fine della conferenza, tra battute e momenti di leggerezza, resta una sensazione chiara: Toy Story 5 non è solo un ritorno. È una domanda aperta.

Su come giochiamo. Su quanto tempo dedichiamo agli altri. E su quanto siamo ancora capaci di immaginare.

Perché, come ricorda il film forse crescere non significa smettere di giocare, ma ricordarsi perché lo facevamo.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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