tutta colpa del rock

Cosa succede quando un ex chitarrista rock, egocentrico e bugiardo, si ritrova a fare i conti con le proprie colpe dietro le sbarre? Nasce Tutta colpa del rock, la commedia musicale diretta da Andrea Jublin che mescola risate, musica e una riflessione sul riscatto personale.

Il protagonista di questo racconto è Bruno, interpretato da Lillo. Un uomo che ha bruciato la sua vita tra promesse non mantenute, errori e un’eterna fuga dalle responsabilità, soprattutto quelle verso la figlia, la moglie e il tempo che inesorabilmente scorre. Dopo l’ennesima scelta sbagliata, Bruno si ritrova a dover fare i conti con la dura realtà. La prigione sembra l’ennesimo punto di non ritorno, invece si rivela un’occasione inaspettata: la formazione di una band con altri detenuti e la possibilità di partecipare al Sonica Rock Contest, un sogno che si intreccia con la speranza di ricucire i legami familiari.

La regia, affidata a Jublin sceglie un tono leggero, ma capace di alternare gag vivaci a momenti più intimi. La sceneggiatura a volte indulge in stereotipi e non sempre evita la prevedibilità, ma resta solida nell’intento di far emergere l’umanità dei personaggi. Lillo porta sullo schermo un Bruno buffo, fastidioso e tenero, in un equilibrio che funziona e che riesce a renderlo reale tra tante facce costruite. Al suo fianco, troviamo per la prima volta un sorprendente Naska. Naturale e autentico con il suo K-Bone, ex trapper con una vena poetica, porta verità alla parte musicale del racconto. Il resto del cast, da Maurizio Lastrico a Elio, contribuisce a dare colore e ritmo alla coralità della storia. Non mancano infatti numerose scene esilaranti che riescono a rendere leggero un pomeriggio autunnale facendo scorrere le lancette con un sorriso sulle labbra.

La musica è il cuore pulsante del film. Non un semplice sottofondo, ma un vero e proprio strumento narrativo. Le prove, le esibizioni e i momenti di condivisione musicale rendono palpabile l’idea che le note possano diventare un mezzo di rinascita. La fotografia e il montaggio assecondano questa trasformazione, contrapponendo la freddezza degli ambienti carcerari ai toni più caldi delle scene musicali, fino a culminare in un finale che vibra di energia.

Ed è proprio il finale a distinguere il film: invece di chiudere con una conclusione rassicurante, Tutta colpa del rock lascia volutamente una porta socchiusa. Ci racconta, ma non ci dà certezze. Non sappiamo che fine faranno i componenti della band, nè cosa effettivamente faranno con i soldi della vittoria, nè se usciranno dal carcere. Tutto si ferma con uno stage diving freezzato nel tempo. Quello che resta, però, è la sensazione che qualcosa si sia mosso dentro Bruno, che la musica abbia aperto una fessura di cambiamento possibile per ritrovare il rapporto con la figlia Tina e con un roseo futuro. È un epilogo sospeso, che affida allo spettatore il compito di immaginare il “dopo” e di decidere se credere o meno nella sua redenzione.

Tutta colpa del rock non ha l’ambizione di rivoluzionare la commedia musicale, ma riesce a raccontare con sincerità e leggerezza come la musica possa unire, salvare e restituire dignità. È un film che diverte, emoziona e lascia addosso la voglia di credere che, a volte, per cambiare davvero basta una canzone.

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