Dopo il debutto al Taormina Film Festival 2020 e la vittoria del premio del pubblico MyMovies nella sezione Indieuropea, Verso la notte, primo film di Vincenzo Lauria, arriva finalmente in sala il 6 dicembre. Una pellicola nata da un lavoro intenso di sinergia tra tutti i reparti tecnici.
La narrazione si costruisce come un puzzle che prende forma dai ricordi del protagonista. Non ha uno svolgimento lineare, ma si muove tra memoria e presa di coscienza. Verso la notte non si limita a raccontare una storia d’amore o un progetto di lavoro: scava a fondo nella comprensione e nell’identità emotiva dei suoi personaggi.
Maryam (Duné Medros) e Hesam (Alireza Garshasbi) sono due giovani aspiranti registi. Stanno realizzando un documentario su una senzatetto. Frequentano la stessa scuola di cinema e, pur avendo vite diverse, finiscono con l’innamorarsi mentre lavorano a stretto contatto.
Il film è raccontato dal punto di vista di Hesam. Ripercorre i momenti vissuti insieme a Maryam tra riprese, gesti quotidiani e silenzi, fino ad arrivare alla frattura finale. Ricostruendo in ordine sparso la loro relazione, emergono tutte le differenze che li separano.
I due appartengono a classi sociali diverse. Hesam è uno studente fuori sede che fatica ad arrivare a fine mese. Lavora in modo precario e cerca disperatamente la propria indipendenza. Maryam, al contrario, ha alle spalle un solido sostegno economico. È più aperta, più disinvolta, più libera.
Questa distanza sociale si riflette nel modo in cui affrontano le relazioni. Maryam ama la convivialità. Hesam è introverso, fatica a connettersi con gli amici di lei. Questo lo porta a chiudersi, a diventare geloso, morboso. La coppia finisce per isolarsi. E quella che sembrava una gabbia dorata si trasforma in una prigione.
L’amore sullo schermo si fa soffocante e insicuro, proprio come Hesam. Le sue fragilità diventano il virus silenzioso della relazione. È convinto di non essere abbastanza per Maryam. Inizia a immaginare scenari di tradimento, di perdita. E così facendo li rende reali. La paura di fallire diventa profezia autoavverante.
Questo destino annunciato è espresso con forza da Anna (Paola Toscano), la senzatetto protagonista del documentario. Le sue parole tormentate sembrano rispecchiare i pensieri di Hesam, come se lei fosse il riflesso delle sue paure. Le sue frasi, probabilmente, sono una ricostruzione della memoria del protagonista stesso.
Il tempo è la vera chiave di lettura del film. Non solo a livello narrativo, ma anche visivo. Il suo scorrere permette a Hesam di ricostruire e, in qualche modo, di espiare. La fotografia aiuta a distinguere i diversi piani temporali: il documentario in bianco e nero, la storia d’amore nel passato, e il presente in cui Hesam si confida con un amico.
Ogni colore, ogni grana dell’immagine ha un ruolo preciso. Aiuta lo spettatore a orientarsi in un racconto che è frammentato, emotivo, profondo. Ed è proprio in questo incastro di piani e livelli che il film trova la sua forza.
Un plauso va anche agli attori. Con naturalezza e credibilità riescono a dare vita ai personaggi. La lingua persiana si mescola ad altre idiomi, creando quella comunione tra culture e vissuti che è il cuore pulsante del film.

