Jastimari

Jastimari approda nel multisala romano, il Cinema Adriano, sollevando un interrogativo: Thriller o horror?

Perché Jastimari, il film prodotto da Riccardo Cannella, Luca Marino, Miriam Rizzo, con la regia di Riccardo Cannella; non è un film che può semplicemente essere definito. 

Perché esplora i meandri più bui della psicologia umana, elaborando con il pubblico un trauma antico, che accompagna la nostra realtà ormai da anni. Un trauma che nasce almeno 5 anni fa, ma che nella nostra paura più profonde -la solitudine- accompagna ognuno di noi probabilmente da molto prima.

(Qui la recensione video).

I volti di Jastimari

La vera sorpresa del film è un cast giovane e corale, sorprendentemente espressivo nella rappresentazione di una terra selvaggia come le Madonie siciliane. Accanto a interpreti affermati come Rossella Brescia, Francesco Foti, Fabio Troiano e Giorgio Colangeli, spiccano anche volti emergenti e giovanissimi, capaci di restituire con intensità e naturalezza le emozioni di una storia dura e profonda. 

Una terra che, come raccontano gli stessi attori in occasione della prima proiezione romana, ha rappresentato una sfida importante.

“Un film in cui abbiamo creduto tutti, molto wild da girare perché sulle Madonie le condizioni selvagge hanno reso il progetto difficile”, racconta Rossella Brescia.

In questo contesto spicca in modo particolare la straordinaria bravura del giovane Simone Bagarella, capace di sostenere il peso emotivo del racconto con una maturità sorprendente per la giovane età. La sua interpretazione è uno dei punti di forza del film.

L’eco del film

Un film che accompagna lo spettatore nella scoperta di una verità orrorifica e assoluta: il vero terrore è l’essere umano. Quando perde la speranza, quando vince la paura, quando l’umanità si spegne nella solitudine.

E in questo caso, hanno perso tutti. Una perdita che si tinge del colore del sangue, un ostacolo raccontato attraverso i limiti di un bosco, di una barriera linguistica, che vede i membri della famiglia protagonista parlare Arbëresh, un’antica lingua minoritaria usata da alcune comunità in Italia meridionale.

Ma in un periodo storico intenso dal punto di vista emotivo e psicologico, serve un altro trauma da elaborare o, piuttosto, dovremmo ricordare cos’altro può significare essere umani, aldilà della fragilità?

Una domanda che accompagna il timido applauso che si è alzato al termine di un film affascinante, ma brutale.

Vi aspettiamo in sala dal 19 febbraio per commentarlo insieme.

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