The End

Cosa resta dell’umanità dopo la fine del mondo? In The End, primo film di finzione del documentarista Joshua Oppenheimer, la risposta è un bunker sotterraneo arredato come una villa di lusso, in cui Madre (Tilda Swinton), Padre (Michael Shannon) e Figlio (George MacKay) cercano di sopravvivere in un eterno presente fatto di rituali, soppressione emotiva e autocelebrazione. La routine si incrina con l’arrivo di Ragazza (Moses Ingram), unica sopravvissuta del mondo esterno, che porta con sé non solo il trauma della perdita, ma anche una scintilla di realtà che la famiglia – volutamente scollegata dal mondo – non è pronta ad affrontare.

Musical post-apocalittico o esperimento non riuscito?

Il tratto distintivo del film è la sua natura ibrida: un musical ambientato dopo l’apocalisse. Le intenzioni sono alte, e il riferimento dichiarato ai classici della Golden Age hollywoodiana è chiaro tanto nei brani quanto nella regia, che alterna tableaux stilizzati a spazi claustrofobici. Ma la resa non è all’altezza delle promesse: le 13 canzoni originali, scritte da Oppenheimer e Josh Schmidt, sono spesso poco memorabili, se non proprio sgraziate, e interpretate da un cast che, pur straordinario nella recitazione, non ha veri cantanti. Il risultato è una collezione di numeri musicali che raramente emozionano, e che talvolta sembrano spezzare più che accompagnare il flusso narrativo.

Una grande allegoria che evapora

Oppenheimer costruisce il film come una lunga metafora sulla colpa, la negazione, l’autoassoluzione. Padre è un ex dirigente di un’azienda energetica, forse responsabile dell’estinzione dell’umanità, e la storia che racconta al Figlio è un’autoagiografia distorta, costruita per redimersi. Ma ogni conflitto interno – generazionale, morale o esistenziale – si accende appena per poi svanire nel nulla. Il film sembra prepararsi a esplodere in dramma, tensione o catarsi, ma ogni picco emotivo si risolve in una dissolvenza. Le dinamiche tra Madre e Ragazza, tra Figlio e il suo passato sconosciuto, tra verità e finzione, rimangono in superficie. Il film non morde mai davvero, preferendo alludere piuttosto che affondare.

Attori potenti, personaggi imprigionati

Tilda Swinton e Michael Shannon sono due interpreti magnetici e imprevedibili, e non sorprende che abbiano scelto un progetto così atipico per lavorare insieme. Ma The End sembra quasi soffocarli nella rigidità dei ruoli e nella ripetitività dei gesti. George MacKay è efficace nel ruolo del giovane alienato, ma non ha spazio per sviluppare un vero arco emotivo. Moses Ingram, nonostante la potenza del suo ingresso narrativo, viene presto relegata a una funzione simbolica più che a un personaggio tridimensionale. Gli altri comprimari (tra cui Lennie James e Bronagh Gallagher) appaiono e scompaiono senza lasciare traccia.

Un mondo che finisce, un bunker che ristagna

La direzione artistica di The End è impeccabile: il bunker è un mondo chiuso, surreale, costruito con cura maniacale. Gli arredi, le opere d’arte, gli abiti eleganti in un contesto di fine del mondo creano un cortocircuito visivo affascinante. Ma tutto ciò non basta. L’ambizione è indubbia, ma l’emozione raramente arriva, e l’intelligenza concettuale non riesce a compensare un ritmo frammentato, una colonna sonora disomogenea e una scrittura che si perde nella propria allegoria.

The End è una fine senza catarsi, un’apocalisse di velluto che parla di umanità ma dimentica di farcela sentire. Quando finalmente cala il sipario, resta solo il silenzio di un’opera che si è spenta molto prima dell’ultima nota.

The End arriva nei cinema italiani il 3 luglio, distribuito da I Wonder Pictures.

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