Unicorni

Il film Unicorni verrà presentato in anteprima questa sera al pubblico del Giffoni, il festival dei ragazzi per eccellenza. Curiosamente, però, questo non è un film rivolto alle nuove generazioni. Tantomeno è un racconto sull’infanzia o sulla libertà di espressione. Nonostante sullo sfondo si percepisca il bisogno urgente di trattare proprio questi temi. È un’opera che parla soprattutto agli adulti. In particolare a quei genitori che, pur con le migliori intenzioni, faticano a comprendere e accompagnare ciò che non si aspettavano.

Il protagonista è Blu, un bambino interpretato con straordinaria delicatezza da Daniele Scardina, che riesce a restituire al pubblico tutta la naturalezza del suo dissidio interiore. Blu desidera vestirsi “da femmina”, giocare con le Barbie, scegliere la Sirenetta come personaggio guida. Lo fa senza polemica, senza ideologia, ma con quella spontaneità che solo i bambini possiedono quando non sono ancora contaminati da imposizioni sociali. Eppure proprio questo porta conflitti, domande, paura. La narrazione preme moltissimo sul tema dell’ascolto, e lo fa mostrando come due genitori — in particolare il padre Lucio — si trovino a dover decostruire l’idea che avevano di “normalità”.

Lucio, che ha sempre creduto di essere un padre aperto, si ritrova a mettere in discussione se stesso. Si accusa, si colpevolizza, si chiede se suo figlio “non sia abbastanza maschio” perché lui, in fondo, è stato troppo permissivo, troppo poco virile, troppo fragile. In questa spirale emotiva, la crisi dell’identità maschile si fa protagonista e diventa lente con cui guardare non solo il ruolo genitoriale, ma anche quello sociale. Lucio incarna quel padre “sospeso”, diviso tra il desiderio di accogliere e il bisogno di aderire a uno stereotipo. Ed è proprio in questa tensione che Unicorni trova una delle sue riflessioni più potenti. Esattamente come il programma che conduce “Generazione di Fenomeni”: un contesto a metà tra l’essere Boomer e l’essere Millennials. Una via di mezzo che non sa né di carne né di pesce, ma che allo stesso tempo nutre dubbi e sospetti.

La regia insiste molto sui campi stretti sullo sguardo di Blu, sulla vacuità del sentirsi “sbagliato”, o peggio ancora, colpevole delle tensioni tra mamma e papà. Tutto ruota attorno al modo in cui i genitori scelgono di agire: ignorare, correggere, accettare, capire. E il film — pur con le sue fragilità strutturali — riesce a suggerire che l’unica direzione possibile è quella dell’ascolto. Vedere due adulti che cercano supporto, che provano a comprendere, è un piccolo passo che Unicorni celebra con empatia, lasciando che sia il pubblico a completare il ragionamento.

È vero: non è perfetto. Sceglie a volte scorciatoie narrative, gioca su contrapposizioni didascaliche, preme molto sul piano degli stereotipi per trasmettere il messaggio. L’urgenza comunicativa, però, resta chiara e forte. Per esprimere il bisogno di Blu di sentirsi sé stesso, si finisce per schiacciare l’identità del bambino nella categoria opposta: se non sei “maschio”, allora devi essere tutto “femmina”. Ma non c’è bisogno di scegliere tra Barbie e dinosauri, tra Sirenetta e Spiderman. I bambini possono — e devono — poter sperimentare senza etichette, senza ruoli predefiniti.

Interpretato da Edoardo Pesce e Valentina Lodovini, affiancati da Lino Musella, Thony, Donatella Finocchiaro e Paola Tiziana Cruciani, Unicorni è un film che racconta con sincerità quanto sia difficile — e insieme necessario — crescere anche come genitori. Un percorso di consapevolezza, accompagnato da un gruppo di “Genitori Unicorni” guidati da una psicologa (la stessa Michela Andreozzi, anche regista), che non giudica ma ascolta. Vedere due genitori cercare aiuto e confronto per capire meglio il proprio figlio è la vera direzione in cui si muove la narrazione. Un piccolo passo, sì, ma importante. Che sposta l’attenzione collettiva verso l’ascolto e la comprensione dell’altro.

Unicorni, pur nel suo impianto binario, ha il merito di aprire un dialogo. Lo fa con il cuore, anche quando inciampa. Non c’è alcuna pretesa di verità assoluta, ma la volontà di mostrare che l’identità non ha bisogno di essere spiegata: ha bisogno di essere accolta. È un film che probabilmente emozionerà di più i genitori che i ragazzi. Ma forse è proprio questa la sua forza.

Il film arriva in sala il 18 luglio con Vision Distribution. Una coproduzione Paco Cinematografica, Vision Distribution e Neo Art Producciones.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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