di Francesca Siciliano
Quanto può essere pericolosa una storia quando non sai più distinguere chi la sta raccontando dalla persona che l’ha vissuta? Questa domanda vorrebbe guidare Verity, che prende il bestseller di Colleen Hoover e tenta di trasformarlo in un thriller psicologico basato su ambiguità e manipolazione. La prova dei fatti smentisce però le intenzioni del regista, che fallisce nel costruire la tensione e regala allo spettatore più risate involontarie che reali brividi. Persino chi ha letto il libro, e magari non lo ha amato particolarmente, finisce per rivalutarlo rispetto a un adattamento che delude ogni aspettativa.
Personaggi incastrati e scelte di cast discutibili
Michael Showalter dirige Verity e affida a Dakota Johnson il ruolo di Lowen Ashleigh, una scrittrice in difficoltà che riceve un incarico apparentemente irripetibile. L’editore la ingaggia come ghostwriter di Verity Crawford, celebre e amatissima autrice la cui saga di romanzi ha già conquistato il pubblico e ha persino ispirato serie TV di successo. Verity vive attualmente in condizioni drammatice dopo un incidente: occupa una sedia a rotelle in stato tetraplegico e non comunica più con il mondo, anche se i medici non riscontrano lesioni ossee apparenti a spiegarne la paralisi. Jeremy, il marito di Verity (interpretato da Josh Hartnett), recluta Lowen perché la famiglia deve nascondere al pubblico la reale condizione della moglie e serve qualcuno che completi i libri al posto suo. Lowen entra così nella loro villa, ma finisce per rimanere incastrata nel solito ruolo che Hollywood sembra ormai cucirle addosso.
Dakota Johnson ripropone infatti per l’ennesima volta la stessa interpretazione da “finta ingenua”: la donna innocua, fragile e un po’ svagata che dichiara di non voler fare male a nessuno, ma che puntualmente finisce nei guai. Non brilla nemmeno Anne Hathaway nei panni di Verity. La sua presenza in un progetto simile solleva più di un interrogativo: le ragioni che spingono un’attrice del suo calibro ad accettare così tanti ruoli discutibili in una sola stagione rimangono un mistero, dato che non deve certo lavorare per soldi. Josh Hartnett completa il trio con un personaggio che, pur senza grandi errori di recitazione, non riesce a sollevare le sorti di un cast palesemente imprigionato in ruoli-cliché.
I limiti della regia e il falso senso di tensione
L’elemento più problematico di Verity risiede nella sua completa incapacità di gestire il genere a cui dichiara di appartenere. Il film punta a creare un thriller psicologico con forti venature horror, ma dimentica di costruire la suspense attraverso le scene e le inquadrature. La regia si affida quasi interamente a un sonoro fisso e onnipresente, il classico sonoro “vecchio stile” del genere, pretendendo che la colonna sonora e gli effetti audio facciano da soli tutto il lavoro che la messa in scena ignora. Alzare il volume non basta certo a creare la tensione.
Anche la componente horror o splatter delude chi cerca veri colpi di scena: qualche goccia di sangue qua e là e Anne Hathaway che morde tre volte in un paio di scene (una volta Dakota Johnson e una volta il marito). Niente di davvero impattante o spaventoso. Un trailer montato ad arte prometteva grandi scossoni, ma la visione in sala rivela un’altra realtà: a un certo punto il pubblico finisce per ridere per non piangere, di fronte a situazioni che scivolano inevitabilmente nel trash.
Un finale affrettato che spreca buone idee
La materia prima per un buon prodotto esisteva. Il finale concentra una serie di colpi di scena e rivelazioni che avrebbero avuto un forte impatto se gli sceneggiatori li avessero preparati con cura attraverso una reale costruzione drammaturgica della trama. Invece, la regia li scarica tutti insieme di botto nei minuti conclusivi, annullando la loro efficacia e trasformandoli in una scorciatoia improvvisata.
L’intera storia tenta di reggersi sul concetto di verità (attraverso un gioco di parole fin troppo esplicito legato al nome stesso della protagonista) e sull’ambiguità del racconto. Nella scena finale, un’intervista a Verity esplicita chiaramente il messaggio del film: l’autrice riflette su come la scrittura possa manipolare lo spettatore e plasmare la realtà tra ciò che è vero e ciò che è falso. La teoria affascina sulla carta, ma la pellicola la riduce a una pura intenzione che non trova alcun riscontro nella concretezza dello schermo.
Una risposta banale a un quesito irrisolto
In conclusione, Verity vorrebbe offrire una riflessione inquietante su quanto sia facile credere a una storia scritta bene e sul confine sfumato tra confessione e manipolazione. Quando però la produzione realizza una storia in modo approssimativo, distrugge proprio la sospensione dell’incredulità. La domanda sulla verità resta sullo sfondo, ma la risposta che il film offre si rivela purtroppo molto più banale e involontariamente comica di quanto le promesse iniziali volevano far credere.
Verity arriva al cinema giovedì 1° ottobre, distribuito da Eagle Pictures.

