Quel pazzo venerdì

I millennials sono ufficialmente richiamati a rapporto: “Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo” va visto in sala. Non solo per ritrovare Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan nei ruoli iconici di Tess e Anna Coleman, ma per poter vivere al meglio la magia degli scambi di corpo. Una commedia familiare che riesce perfettamente a unire la nostalgia a tematiche attuali, usando un linguaggio fresco, accattivante e incredibilmente sincero.

Il film è diretto da Nisha Ganatra e basato sul libro “A ciascuno il suo corpo” di Mary Rodgers. E ci porta anni dopo le vicende del primo capitolo del 2003. Anna è cresciuta, è madre e si ritrova nel pieno delle dinamiche di una famiglia allargata, tra figlia biologica e futura figliastra. Le sfide di questo nuovo equilibrio risvegliano quella vecchia maledizione: ed ecco che le identità si scambiano di nuovo.

Jamie Lee Curtis veste perfettamente i panni di una nonna-terapeuta che, memore del precedente cambio di corpo, si muove all’interno di un ruolo complesso e delicato. A metà tra l’essere un elicottero che veglia sulle azioni di figlia e nipote, e il tentativo costante di sostenere una situazione di mono-genitorialità, il suo personaggio incarna con tenerezza (e molta ironia) le contraddizioni di una figura che fatica ad abituarsi al proprio nuovo posto nel mondo. Perché assumere il ruolo di nonna, oggi, non è semplice – soprattutto con una nuova generazione che comunica a colpi di podcast, meme e hashtag.

Il linguaggio sempre più internet-friendly e le esigenze di un’estensione familiare che si fa sempre più sfaccettata complicano la reale comprensione tra le parti. Ma ancora una volta, la chiave per risolvere “il gioco” resta la stessa: comunicare. Mettersi nei panni dell’altro, letteralmente, diventa la metafora più potente di un dialogo che troppe volte manca, o fatica ad arrivare.

Dall’altra parte, Lindsay Lohan deve fare i conti con il peso e le gioie della maternità, con una carriera che non si ferma, e con un’identità femminile che si muove – più o meno delicatamente – tra le responsabilità di adulta e l’ombra di una madre ancora ingombrante. Il suo percorso riaccende in lei quel ricordo: com’era essere un’adolescente alla ricerca di spazio, autonomia e comprensione. Ed è in questo riflesso che la storia torna a brillare di una nuova luce.

Il film riesce, inoltre, a gestire con sorprendente equilibrio le dinamiche tra i quattro personaggi femminili al centro della storia: Tess, Anna, la figlia e la futura figliastra. Questa è la vera variabile che complica la narrazione, proprio come lo scambio: dare il giusto spazio a tutte e quattro le protagoniste. In termini di sviluppo e profondità emotiva, il corretto time screening è la chiave di volta che rende il film riuscito e credibile. C’è una grandissima attenzione alle tematiche che si vogliono affrontare, e lo si percepisce in ogni scena. Così le “piccole” di casa imparano a conoscersi e a diventare sorelle. Così da comprendere davvero cosa significhi essere figlie del nuovo nucleo familiare che si sta costruendo.

La pellicola riesce a porsi all’interno del confine generazionale, parlando a un pubblico trasversale ed eterogeneo. C’è consapevolezza nella sceneggiatura, c’è freschezza, ma soprattutto c’è una grande emotività. Si sente il peso di un sequel realizzato non solo per capitalizzare sulla nostalgia, ma per portare con sé nuove domande, nuovi affetti, nuovi significati.

La naturalezza del racconto fa emergere con forza il senso di malinconia che percorre ogni scena, diventando un veicolo potente per narrare le difficoltà di consapevolezze diverse, intessute nella trama socio-culturale di oggi. Un film che parla ai figli e ai genitori di ieri, ma anche a quelli di domani.

Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo è, in fondo, una lettera d’amore ai rapporti familiari: imperfetti, in continua trasformazione, ma capaci – come il film stesso – di sorprenderci sempre, anche alla seconda volta.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

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