Odissea

Dopo lo straordinario trionfo agli Oscar di Oppenheimer, Christopher Nolan decide di misurarsi con le fondamenta stesse della narrazione occidentale. L’occasione è Odissea, colossale trasposizione dell’omonimo poema omerico distribuita in Italia da Universal Pictures a partire dal 16 luglio 2026. Per questa titanica impresa, il regista si circonda di un cast all-star di altissimo profilo: Matt Damon veste i panni del tormentato protagonista, affiancato da nomi del calibro di Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson, Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Jon Bernthal, Benny Safdie, Elliot Page, Mia Goth, John Leguizamo, Cosmo Jarvis e Samantha Morton. Ad accompagnerlo in questo viaggio visivo torna la colonna sonora di Ludwig Göransson, ormai vero e proprio braccio destro musicale del regista inglese.

Sulla carta, il materiale d’origine sembrava il terreno di gioco ideale per le storiche ossessioni nolaniane: la dilatazione del tempo, la frammentazione della memoria, il destino dell’uomo e l’inevitabilità del viaggio. Eppure, la visione della pellicola genera un’esperienza spiazzante, dominata da un profondo e affascinante cortocircuito.

Il cortocircuito stilistico

Nolan ci ha abituati a una firma visiva e strutturale immediatamente riconoscibile, quasi ingombrante. In Odissea, invece, assistiamo a un fenomeno inatteso: la regia si fa quasi trasparente, sottomettendosi alla monumentalità del testo di Omero. Nolan sembra frenare la propria tipica complità geometrica per mettersi al servizio della narrazione, asciugando la sua consueta magniloquenza visiva per concentrarsi sulla nuda umanità dei personaggi.

Proprio in questa apparente sottrazione formale emerge il vero nucleo tematico dell’opera. Il regista decide di spogliare l’epica classica dei suoi tradizionali valori morali ed eroici, cantati per secoli, per fare spazio alle sue personali e tormentate ossessioni: il peso soffocante del senso di colpa e la tragica consapevolezza delle proprie azioni.

L’Ulisse di Nolan non è l’eroe leggendario celebrato per la sua astuzia (mètis), ma un uomo spogliato di ogni gloria. Il suo viaggio non è definito dalla spettacolarità delle avventure vissute, bensì dalla dolorosa presa di coscienza delle proprie colpe. Se nel poema omerico le tappe del ritorno forgiavano e mutavano il carattere del protagonista, qui è il peccato originale del primo misfatto a farsi compagno di viaggio e tormento quotidiano.

La caduta di Troia non viene celebrata come un trionfo, ma viene rappresentata come un trauma intimo, una disfatta personale in cui la tragica perdita dei compagni non è il frutto del volere divino, ma la diretta e logica conseguenza dell’inganno partorito dal suo stesso genio. In questo senso, lo sguardo smarrito e rassegnato di Matt Damon dialoga direttamente con gli occhi vitrei di Cillian Murphy in Oppenheimer: entrambi interpretano uomini schiacciati dalla devastante consapevolezza delle proprie creazioni.

La questione di genere e il ritmo: Una navigazione fluida ma frenata

È proprio nell’esplorazione dei generi cinematografici, tuttavia, che si avverte la frenata più evidente della pellicola. Sembra quasi che Nolan non voglia approfondire fino in fondo i codici che sfrutta per narrare le tappe del viaggio. Il regista sfiora l’horror, connotandolo persino con i marcatori del body horror, ma non osa mai abbastanza da creare quel cortocircuito necessario a far sì che lo spettatore possa davvero sentire la minaccia sulla propria pelle. L’esempio perfetto è l’incontro con Circe: le premesse visive della trasformazione degli uomini in maiali sono ottime, ma la messa in scena procede a una velocità di crociera rigidamente controllata, senza premere mai davvero sull’acceleratore dell’angoscia o del grottesco.

Questa rinuncia a spingersi oltre si riflette su tutte le altre tappe del viaggio, che finiscono per seguire uno schema ciclico: Odisseo approda su un’isola, affronta la minaccia di turno e riparte. Eppure, il tratto paradossale del film è che, nonostante questa evidente ciclicità della narrazione, non si sente mai la pesantezza della sua durata. Le quasi tre ore di pellicola scorrono sullo schermo con una fluidità e una naturalezza straordinarie, tanto quanto il sangue versato nelle aspre battaglie del mito.

Se l’incontro con Polifemo rinuncia a sfruttare il senso di oppressione claustrofobica e le Sirene rimangono sullo sfondo, l’opera compensa questa parziale assenza di terrore con un magnetismo visivo e una tenuta del ritmo che non lasciano mai spazio alla noia.

Il peso del vuoto: Lo sguardo femminile e la corte di Itaca

A sostenere questa monumentale macchina produttiva è un cast d’acciaio che trova proprio nella gestione dei pesi narrativi la sua sorpresa più grande. È solo dopo la visione del film, infatti, che acquistano un senso ben più profondo alcune delle dichiarazioni rilasciate dagli attori durante le interviste promozionali. Nolan compie una scelta precisa: in termini di screen time e di rilevanza tematica, il peso del punto di vista femminile si fa sentire in modo preponderante.

Sullo schermo prende vita il dramma di donne sospese tra l’eterna e logorante attesa e l’obbligatorietà di un ruolo sociale rigido e asfissiante. In questo contesto, la straordinaria Penelope di Anne Hathaway cessa di essere la figura passiva del mito per farsi pilastro morale dell’opera. La sua frustrazione repressa, accumulata nei silenzi di una reggia che è anche una prigione, diventa la vera chiave di volta emotiva del film, specialmente nei momenti in cui la donna si ritrova a misurarsi con l’ingombrante entità di un trono vuoto. Non è solo la mancanza del marito a tormentarla, ma la gestione di un potere vacante che la schiaccia e, al contempo, la definisce.

Al polo opposto di questa resistenza silenziosa, la corte di Itaca è infestata dai Proci, tra i quali spicca un memorabile Robert Pattinson nel ruolo di Antinoo. Nel corso della sua carriera, l’attore ha ampiamente dimostrato un talento fuori dal comune nel sapersi mimetizzare e celare all’interno dei personaggi che interpreta. Se abbiamo imparato ad amarlo nelle vesti di eroe tormentato o romantico, qui è impossibile non odiarlo. Le sue espressioni e la sua fisicità melliflua combaciano perfettamente con un’indole pavida e viscida; i suoi occhi conferiscono al personaggio un impatto emotivo così potente e sgradevole da trascendere lo schermo, suscitando nello spettatore l’istinto viscerale di volergli mettere le mani al collo.

Un’opera da ammirare, più che da vivere

In definitiva, Odissea si rivela un film che si ammira per la sua impeccabile caratura tecnica, per la scorrevolezza del suo imponente minutaggio e per l’audacia della sua riscrittura psicologica, ma che si fatica a vivere con autentico abbandono emotivo. Christopher Nolan firma un’opera solida, imponente e profondamente rispettosa della materia classica, che sceglie però di rinunciare a parte della sua tipica irruenza formale per farsi veicolo di una riflessione più intima sul rimorso e sulle conseguenze del vuoto del potere.

Non siamo di fronte a un passo falso, bensì a un kolossal d’autore estremamente rigoroso che, proprio per l’immensità delle ambizioni coinvolte, lascia dietro di sé il dolceamaro rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere se il regista avesse osato percorrere fino in fondo la via del delirio, della carne e dell’horror mitologico.

Odissea di Christopher Nolan arriva al cinema con Universal Pictures a partire dal 16 luglio.

di Aida Picone

Guardo troppi film e parlo troppo velocemente, ma ho anche dei difetti!

Related Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *